28 ottobre 2020

Cultura

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20.09.2020

ANNUS HORRIBILIS MA L’ARTE RESISTE

Da sinistra Stefano Arienti, Eva Marisaldi, Massimo Minini ed  Enrico SerottiOpere evocative in galleria
Da sinistra Stefano Arienti, Eva Marisaldi, Massimo Minini ed Enrico SerottiOpere evocative in galleria

«L’arte è necessariamente e per definizione inutile (almeno immediatamente, mentre mediatamente è quanto di più necessario esista)». Ispirazioni, sensazioni, provocazioni. Alla faccia dell’annus horribilis. Esplicitate, per riflesso, nell’idea che «la maturità delle persone a volte coincide con quella dell’opera e questa, che pareva difficile da comprendere, diventa man mano più chiara». È il manifesto, l’essenza e l’essenzialità della mostra di Stefano Arienti e Eva Marisaldi, inaugurata ieri pomeriggio alla galleria Massimo Minini in via Apollonio 68 a Brescia, con l’obiettivo di restituire un fotogramma delle loro rispettive poetiche. Si tratta di una quindicina di opere che segnano la strada diversa e al tempo stesso complementare dei due artisti, «delicati campioni della loro generazione»: 3000 pagine di Marisaldi che si rifà alla fisicità (sonorità) di un grande congresso del Partito Comunista Cinese. «Il Presidente legge una relazione - è scritto -, tutti i presenti, 3mila persone, ne hanno una copia e la leggono mentalmente assieme al Presidente per un lungo tempo; non vola una mosca, solo il fruscio delle 3mila pagine girate da 3mila delegati». ECCO ALLORA che la parte significante, astratta dal contesto, diventa il centro dell’opera che parte da un certo avvenimento, ma lo piega alle necessità dell’arte e della relativa astrazione. Echi, suoni, memorie, tracce evocative vive e vivide qui e ora: coadiuvata dalle qualità tecniche di Enrico Serotti, Marisaldi riesce nella missione che si è prefissato, mettere in luce «un passaggio di senso da un evento roboante, che decide le sorti e l’economia di una nazione immensa, ad un gioco di rumori di fondo e, in fondo, un fruscìo ritmato, come di una risacca. E dalla risacca del mare alla deriva ideologica il passo è breve…». DAL CANTO suo Arienti invece taglia, cuce, zippa, aggiunge per modificare l'immagine; espone carte stropicciate, bagnate, dipinte, tese su telaio dove la luce gioca anche sulla differenza di livello; prosegue implacabile e non violento nella sua azione che mira a interferire nei linguaggi e nelle figure. Sono dunque «opere d'arte per i non abbienti, forti di bellezza stereotipata col sole al tramonto e paesaggi esotici». Immagini, spiega ancora Minini, «riscattate dall’intervento sovente impercettibile dell'artista, che tende a non modificare l’immagine in modo troppo evidente». L’esito, ammirabile fino a metà novembre, è immaginifico e metaforico: «Un salvagente gettato a quell'insieme di immagini decorative da grande magazzino che popolano il nostro quotidiano, a metà strada tra l'ovvietà e il desiderio di bellezza». Alla galleria Massimo Minini, nel cuore della città di Brescia, è dunque l’arte che resiste, che cerca una via percorribile per la cultura, per la creatività, in tempi difficili come quelli pandemici che stiamo vivendo. Il vernissage di ieri pomeriggio è un altro passo in questa direzione, all’insegna della convinzione e della coerenza. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Elia Zupelli
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