04 agosto 2020

Cultura

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05.07.2020

Barfly» e applausi con la Compagnia dei Ragazzi in luce

La Compagnia dei Ragazzi di Teatro19 alla «prima» al San Barnaba
La Compagnia dei Ragazzi di Teatro19 alla «prima» al San Barnaba

Il pesco nel giardino, la buganvilla sul terrazzo, il girasole nel vaso sul davanzale: e se le piante fossero più di un generico «verde»? Nel «Semicircolo dei vegetali anonimi», scritto e rappresentato dalla Compagnia dei Ragazzi di Teatro19, diventano fonte di ispirazione, anzi molto di più: esseri pensanti in cui riversare la propria anima, fino a trasformarsi in essi. Lo spettacolo, andato in scena all'Auditorium San Barnaba e in replica nel cortile di Palazzo Broletto, inaugura la rassegna «Barfly» - promossa dal Comune - e rompe il lungo digiuno teatrale cui ci ha sottoposto il lockdown. LE SETTIMANE di quarantena potrebbero aver risvegliato una vocazione vegetale: sotto i piedi spuntano radici, i capelli crescono come foglie selvatiche. Ma le piante sono come le immaginiamo? I membri del «Semicircolo» abbandonano le spoglie umane attratti dalla solidità di alberi e fiori: al contrario di loro sono forti, sicuri, in grado di adattarsi alle avversità. Ben presto, però, si rivelano tutt'altro che anonimi: ogni pianta ha la sua personalità. Il pino siberiano è scontroso, la gramigna petulante, l'orchidea nera fiera ai limiti della superbia. I personaggi non hanno fatto altro che abbracciare un io vegetale che non annulla ma incarna (inalbera) le paure e i limiti della loro vita precedente, in una sorta di contrappasso dantesco. Così la ragazza che temeva di essere dimenticata è diventata alloro, le cui foglie ornavano le fronti di poeti immortali: oggi, però, questa tradizione è ormai un vezzo polveroso, di cui rimane qualche verso sciupato. La pianta carnivora acchiappamosche, invece, rinuncia alle prede e sceglie di essere «respiriana» (non vegetariana, per ovvie ragioni) per espiare, si scoprirà, una terribile colpa commessa nella vita precedente. I vegetali anonimi, tutt'altro che autosufficienti, continuano a cercare la relazione e il contatto con gli altri: perfino la dieffenbachia, che si illude di non aver bisogno di cure, brama l'amore. La trasformazione in pianta, allora, non sarà fuga ma passaggio, punto di osservazione privilegiato di sé. Fino alla vera metamorfosi: capire che debolezze e sentimenti umani non cadono come foglie secche da un ramo, ma vanno accettate e persino coltivate, come un seme che genera qualcosa di nuovo. Con questa consapevolezza il cammino è compiuto: ora è possibile tornare umani. •

.A.TUR.
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