29 febbraio 2020

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21.01.2020

Benedetto, per una presa di coscienza

«Pepempo» (2019)
«Pepempo» (2019)

Certezze svanite, significati traslati e ribaltati, per definirne di nuovi. Oltre la sterile polemica e la provocazione più ruffiana, con l’obiettivo invece di «lanciare un segnale d’allarme e stimolare una presa di coscienza, una consapevolezza collettiva sulla realtà del presente». Così un semplice peluche, emblema del gioco d’infanzia, si trasforma in simbolo attraverso cui immortalare (e denunciare) il dramma della guerra, che strappa ai bambini il diritto di essere bambini: orsacchiotto di pezza in una mano, arma da fuoco nell’altra…«You must do it!». Titolo dell’opera e urlo sinistro che risuona fra le pareti di Gare 82, dove lo scorso weekend ha inaugurato la personale di Simone Benedetto, scultore poliedrico la cui ricerca si muove attorno ad archetipi quali il gioco, l’infanzia (perduta) e gli sconvolgimenti sociali, racchiusi sotto il macro argomento della tecnologia e del suo impatto sul quotidiano. Come in «Together alone», installazione forgiata nella resina che mette in scena gli effetti collaterali dell’«on-line addiction», sindrome dei tempi moderni, «che oltre a intorpidire l’essere umano sul piano empatico, crea l’illusione di poter interagire con chiunque sviluppando o accentuando difficoltà comunicative che si riversano nella sfera delle relazioni, inibendole»: silenzio, isolamento, paranoia, stati di ordinaria alienazione, catturati negli sguardi assenti e ipnotizzati di un bambino e una bambina, inghiottiti in uno smartphone e in un tablet. DIROMPENTI, stranianti, pervasi da un’atmosfera solo apparentemente ludica, i lavori di Simone Benedetto – torinese, classe 1985 – mirano a «risvegliare l’osservatore dall’indifferenza e dall’apatia a cui i media l’hanno abituato mettendo in scena, senza filtri, le contraddizioni e le distorsioni della società moderna e la tendenza a rifugiarsi nel web come evasione alla complessità della vita»; hanno leggibilità immediata, colpiscono e stordiscono, anche stravolgendo l’azione stessa del «giocare», con cui solitamente si rappresenta una miniatura dell’esistenza: attraverso un inaspettato ingrandimento dei soggetti, resi presenze abnormi e improbabili. Talvolta, addirittura minacciose. È l’ordinario che diventa straordinario: proporzioni alterate e tracce di metamorfosi (umane) possibili che scavano un segno profondo al di là del visibile. Fino al 15 febbraio, ingresso libero. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

E.ZUP.
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