29 novembre 2020

Cultura

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20.10.2020

BIANCO E NERO COME UN GIOCO

Henri Cartier-Bresson, Lourdes, Francia: una delle tante prove di un talento senza pietre di paragoneLeonardo Aldegheri con la nuova pubblicazione
Henri Cartier-Bresson, Lourdes, Francia: una delle tante prove di un talento senza pietre di paragoneLeonardo Aldegheri con la nuova pubblicazione

Il «gioco» come un raffinato esercizio visivo, tra rinvii e rimandi, casualità e sfumature, aneddoti, complicità e narrazioni. Ma anche come un insieme di regole a cui prender parte e a cui dar corpo per costruire un percorso, una storia o, meglio, cinque storie. Tante, infatti, sono le mostre fotografiche volte a trattare e a narrare l’opera di un grande maestro della fotografia internazionale: Henri Cartier Bresson (Chanteloup, 1908 - Montjustin, 2004) a cui Palazzo Grassi a Venezia dedica una grande retrospettiva dal titolo «Le Grand Jeu», interpretata e ordinata da ben cinque curatori: dal Presidente di Palazzo Grassi, Francois Pinault, alla fotografa statunitense Annie Leibovitz, dallo scrittore spagnolo Javier Carcas al regista tedesco Wim Wenders fino alla storica dell’arte Sylvie Aubenas, direttrice del dipartimento di Fotografia della Bibliothèque Nationale de France. PROMOSSA da Palazzo Grassi con la Bibliothèque Nationale de France e la Fondation Henri Cartier-Bresson, la retrospettiva ideata da Matthieu Humery, prende spunto dalla «Master Collection», una selezione di 385 immagini – «sorta di testamento ai sali d’argento» - che lo stesso Cartier-Bresson individuò nel 1973 come le più significative – l’invito fu di due amici collezionisti, Dominique e John de Menil - e il cui corpus apre la rassegna come un’installazione, per poi dipanarsi e intrecciarsi nelle cinque sezioni espositive. Fondatore nel 1947 con Robert Capa, David Seymour, George Rodger e Werner Bischof dell'Agenzia Magnum, Cartier-Bresson fu tra i primi a sperimentare una Leica 35mm, coltivando in seguito una straordinaria abilità nel comporre immagini caratterizzate da un’originale cura e precisione. Propugnatore del «momento decisivo», i suoi scatti, famosi in tutto il mondo, vivono dentro la quotidianità, l’equilibrio e l’ordine delle forme. È quanto risalta dalle fotografie in mostra – una sorta di manifesto e un affresco quanto mai attuale della sua poetica - come testimonia «Derrière la gare Saint-Lazare, place de l'Europe (Parigi, 1932)»: un’immagine scattata nel momento in cui un uomo, appoggiandosi a una scala abbandonata per terra su di un'enorme pozzanghera, spicca un salto da cui sembra spiccare il volo. È il «momento decisivo», quale perfetto motivo geometrico che rende unica e irripetibile un’immagine. E quanto mai curiosa ma altrettanto efficace è «Bruxelles» – l’immagine copertina del catalogo edito da Palazzo Grassi, Marsilio e Biblioteque Nationale de France - che ritrae due signori appostati di fronte a un telo di juta - tra indiscrezione, curiosità e voyeurismo - dove uno scruta da un buchetto, e l’altro, dai grandi baffi, volge lo sguardo in diagonale. E di contrappunto, in una dimensione spazio-temporale, è «Quai St. Bernard» (Parigi, 1932): due uomini che guardano da un parapetto le rotaie del treno, uno sguardo verso un viaggio e il tempo, una metafora sul mondo. Ma «Le Grand Jeu» è una continua sorpresa in cui convivono i diversi percorsi narrativi che i curatori hanno ricostruito sull’opera del grande fotografo francese. Lo testimonia «Bougival» (1956) che tratta la dimensione affettiva di un operaio con la propria famiglia, ma anche «Dimanche sur les bords de Seine» (1938) per una genuina colazione sull’erba, quali istanti di una quotidianità che Cartier-Bresson immortala tra luoghi e persone, tra identità e realtà. Così a «Lourdes» (1958) con l’originale sequenza di suore in primo piano, o a Madrid (1933) con i bambini davanti a un muro bianco costellato di finestre, o ancora in India ai funerali di Gandhi. Il fascino di Henri Cartier-Bresson è il suo sguardo sul mondo quale espressione di un «momento decisivo» dentro cui pensare la fotografia e in cui ritrovare la storia di una nuova quotidianità. •

Enrico Gusella
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