15 agosto 2020

Cultura

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07.07.2020

Canzoni, cinema e avanguardia: lo spirito libero di un genio totale

Un uomo da rispettare
Un uomo da rispettare

E pensare che tutto (o quasi) inizia con un barattolo. O meglio, con «Il barattolo». L’estate è quella del 1960, e la canzone di Gianni Meccia, ex aspirante attore che finisce quasi per caso davanti a un microfono, vola di ombrellone in ombrellone, saltella da una spiaggia all’altra diventando uno dei primi tormentoni balneari dell’Italia del boom. È lui, un non più giovanissimo Ennio Morricone (di anni quello strano ragazzo nato a Trastevere ne ha già più di 30), a curarne gli arrangiamenti per la RCA di Melis e Micocci, nata (anche) con i soldi del Vaticano. Sua insomma l’intuizione - geniale, rivoluzionaria - di cucire tra le pieghe umili del brano il rumore di un vero barattolo che rimbalza su ghiaia e cemento. Roba da musique concrète, da compositori accigliati più che da artigiani delle canzonette. Ma da uno che si è diplomato in tromba e composizione a Santa Cecilia, che ha studiato con un santone come Goffredo Petrassi, che in quel di Darmstadt, la capitale delle avanguardie europee, ha già avuto modo di restare fulminato da John Cage, c’è da aspettarsi di tutto. Talmente di tutto che nel giro di qualche mese il futuro premio Oscar si inventa quasi dal niente il pop all’italiana, entrando per sempre nelle orecchie di un intero Paese grazie al decisivo contributo a canzoni come «Sapore di mare» di Gino Paoli, «Abbronzatissima» di Edoardo Vianello, «Il mondo» di Jimmy Fontana, «C’era un ragazzo» di Gianni Morandi e «Se telefonando» di Mina, scritta con Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara per Studio Uno nel 1966. DA RE MIDA del juke box che però a quel punto ha già deciso che la sua strada sarà un’altra: il cinema. Perché dopo le prove generali di «Duello nel Texas», goffo prototipo di western all’italiana passato (giustamente) sotto traccia, l’inizio della collaborazione con Sergio Leone, compagno di classe ai tempi delle elementari, segna una svolta. È il 1964 quando nelle sale esplode il fenomeno «Per un pugno di dollari», con quella colonna sonora micidiale che Morricone fa ruotare attorno allo scheletro di «Pastures of Plenty», brano arrangiato per Peter Tevis, e al fischio di Alessandro Alessandroni (che entrerà a far parte della factory Morricone con la cantante Edda Dell’Orso, Bruno Nicolai, Franco De Gemini, l’armonica di «C’era una volta il West», il trombettista Michele Lacerenza e le sei corde mutanti di Bruno Battisti D’Amario). Schiocchi di frusta, batteria incalzante, chitarre che seccano la gola, il controcanto di un flauto e delle voci maschili, l’ossessivo scacciapensieri: è nato un sound. E niente sarà più come prima. Soprattutto per Morricone, che da qui in poi lavora a ritmi sfiancanti, riuscendo a sfornare anche una quindicina di colonne sonore all’anno (alla fine saranno più di 500). A scorrere i titoli c’è da sbiancare per la quantità strabiliante di capolavori. Detto di Leone e di una simbiosi che è pura leggenda, meritano di essere citate le partiture scritte per Dario Argento - «L’uccello dalle piume di cristallo», «Il gatto a nove code» e «4 mosche di velluto grigio» -, per «Il grande silenzio» di Corbucci, per «Faccia a faccia» e «La resa dei conti» di Sergio Sollima, per «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» di Elio Petri, per «Il clan dei siciliani» di Verneuil. Senza dimenticare gemme rare come le musiche di «Veruschka», «Una lucertola con la pelle di donna», «Le foto proibite di una signora per bene», «Cosa avete fatto a Solange?», «Vergogna schifosi», «Un uomo da rispettare», «Metti una sera a cena». Il maestro ci mette dentro tutto: le avanguardie, gli studi classici, «la musica assoluta» (come ama chiamarla), i suoni e i rumori, il rock e la psichedelia, l’amore per un’idea radicale di libertà che continua a coltivare all’interno del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza di Franco Evangelisti (portato in studio per «Un tranquillo posto di campagna» di Petri). Poi arriverà Hollywood con la strameritata patente di fenomeno planetario, mentre a sdoganarlo in ambito avant ci penseranno John Zorn con «The Big Gundown» e Mike Patton con la raccolta «Crime and Dissonance». Onori e inchini. Al più grande di sempre. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luca Canini
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