09 luglio 2020

Cultura

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25.05.2020

Coraggio e
poesia in nome
del padre

Teresa Perini in una fotografia scattata in compagnia del padre, mancato esattamente un anno fa
Teresa Perini in una fotografia scattata in compagnia del padre, mancato esattamente un anno fa

Ucciso in un momento di festa, quando il baccano, le resistenze interne, la sopravvivenza non fanno comprendere, accettare, stare. E il caos è causa e effetto di una lacerazione sempre viva. «La mia cava» - edito da Kimerik – è ciò che nasce dalla volontà dell’autrice, la studentessa bresciana ventenne Teresa Perini, di addentrarsi nelle stanze dei suoi ricordi, dei vissuti. Prima la forza primordiale per trasmetterli su carta, poi il coraggio di riguardarli negli occhi per ordinarli, per estrarli dolorosamente dalla loro sanguinosa confusione. «LA CAVA è per me il rifugio pascoliano nel quale ricostruire il nido degli amori – commenta l’autrice -. Ma è anche la bottega di tipografia, il posto fisico del ritrovo e del confronto dei giovani di Vittorini, il luogo che illumina ciò che non ha rimedio». E quella sera, 365 giorni fa, durante un concerto in Castello, Teresa risponde al telefono. Le lacrime, la musica che diventa frastuono: «L’hanno ucciso». Le parole della compagna del padre percepite prima confuse, poi lapidarie. Abbraccia un albero e piangerà il primo di tanti dolori di un anno di angosce. «Questa raccolta contiene venticinque poesie, proprio come venticinquesimo fu il giorno dello scorso maggio nel quale mio padre, in Romania per lavoro, venne ucciso a pugni» descrive l’autrice. La distanza, la violenza della sua separazione dalla vita, il mancato addio, l’incapacità di parlare quando vide l’uomo che schiacciò la vita nel ventre di suo padre sono la sostanza di cui è fatto il suo dolore. La sua opera, invece, è un processo di profonda e catartica elaborazione. «LA POESIA è un mondo nel quale mi sento a mio agio, essenziale ed emotivo – continua l’autrice -. La mia è una declinazione evocativa, ermetica, autentica, nella quale il vissuto resta spoglio, senza vergogna. Questa opera è la mia scalata per non scordare, per custodire il ricordo di mio padre e di tutti i legami della mia vita». Una salita che giunge fino al suo venticinquesimo scritto: un augurio profondo, accorato e toccante, denso di amore. Teresa in questi giorni è in ospedale, per essere sostenuta e tutelata in attimi di rinnovato dolore. «È una bolla questo tempo qui – descrive -, ma sento la serenità e la tranquillità delle cure che queste persone mi rivolgono». Così come le mail dei suoi professori del liceo classico di Roma, dove sta terminando gli studi iniziati all’«Arnaldo». «Percepisco la loro empatia, la loro comprensione verso la difficoltà che mi impedisce di essere presente» spiega. Difficile seguire le lezioni da un reparto d’ospedale, così come sostenere un’intervista. Per farlo sceglie un’infermeria. «Con mamma, che è marocchina e come tale è un esempio di donna forte, oggi c’è un legame che dà solidità ad entrambe - conclude -. Anche con il pubblico vorrei una connessione che trasmetta solo verità». Come da quando ha deciso che il tremolio delle sue mani, del quale ha troppo spesso provato vergogna, ora è più che mai parte di sé. «Il mio segno distintivo». Buona scalata, Teresa. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Fiorenza Bonetti
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