11 agosto 2020

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04.12.2019

Così trionfò
lo zio
rock

Lo Zio Rock davanti al suo pubblico: colpo d’occhio notevole nell’arena milanese GIGI FRATUS - FG MUSIC PHOTO
Lo Zio Rock davanti al suo pubblico: colpo d’occhio notevole nell’arena milanese GIGI FRATUS - FG MUSIC PHOTO

MILANO La festa del Fabrique è come il festival Monterey nella «Summer of love». «Love is the answer»: l’amore è la risposta, non si stanca di ripetere il Gran Cerimoniere. Artefice di una serata come non se ne ricordavano. Perché questo tripudio non per pochi intimi - duemila le anime felici presenti a Milano - illumina la scena rock italiana nel senso più ampio del termine, com’è nello stile di Omar Pedrini. Cantautore-attore-scrittore capace di dare alla città un Brescia Music Art avveniristico in tempi non sospetti così come di riassumere il suo mondo in una sola sera. Non è una semplice ultima data, la quarantottesima del «Viaggio senza vento tour». Doveva durare due mesi, è arrivata al decimo. Venticinque anni dopo il concept-album seminale dei Timoria, a scrivere questa pagina di storia sono tante firme. Non solo sul palco, e non è un dettaglio.


SI PASSA dalla proiezione di un documentario sull’editore papà della beat generation come Lawrence Ferlinghetti all’intervento di un romanziere impegnato come l’autore di «Educazione siberiana» Nicolai Lilin, cittadino italiano di origine russa che non si stanca di denunciare la tragedia degli incendi in Siberia e per l’occasione ricorda come scoprì proprio i Timoria in Russia «grazie a una cassettina pirata». Ci sono i djset (rigorosamente rock) come le tribute band dei Timoria che cantano «Freedom». E a bordo della nave di Omar ci sono l’amico fraterno Domenico Castagna, Paletta dei Punkreas e il fondatore del Rock ’n’ Roll club di Milano Davide Mozzanica. Il giovane pianista italofrancese Thomas Cheval (emerso da «The voice») come Andrea Agresti delle Iene. Matteo Guarnaccia che ha realizzato la locandina dell’evento, Federico Scarioni che con Pedrini ha confezionato la biografia «Cane sciolto». Nelle prime file Igor Costanzo, poeta e performer, e Max Lepore: nei suoi studi, all’Avant Garde di Milano, fu registrato «Viaggio senza vento». Un cerchio che si chiude, visto che i ragazzini che si aggiravano da quelle parti allora, ammirati e ambiziosi, adesso sono i superospiti dell’ultimo bis.


«UN GIORNO si presentarono con una bottiglia di vino e li invitammo a entrare: ecco a voi Le Vibrazioni!», esclama Pedrini annunciando per la seconda volta «Sangue impazzito» al gran finale. Francesco Sarcina emula Francesco Renga, Ale Deidda siede alla batteria mentre il Timoria Enrico Ghedi completa la formazione alle tastiere. Brividi di commozione mica solo per Omar, perché prima di tutto qui ci sono le canzoni. La colonna sonora di una generazione senza vento fedele alla linea di un rock senza compromessi. Gente che arriva 25 anni dopo da Bari con uno striscione d’epoca dei Timoria: «Ve l’avevamo rubato allora, chiediamo scusa, siamo fan, dovevamo restituirlo». Se «Sangue impazzito» è la «Stairway to heaven» italiana, colpisce l’impatto che hanno sul pubblico - senza un’età di riferimento: tanti giovani, tante ragazze, mica solo reduci capelloni dei ’90 che furono - pezzi che singoli non sono stati mai. Come «Lasciami in down», che il rap barricadero di Ensi attualizza a petto in fuori. La famiglia di Omar si gode lo spettacolo, dalla moglie Veronica al primogenito Pablo. La band mostra cosa significa arrivare da 8 mesi filati di date. Con Stefano Malchiodi e Larry Mancini poderosa sezione ritmica, Simone Zoni alla chitarra (promosso da Pedrini, che ha intravisto nel roadie il musicista che è) e quella piovra d’un polistrumentista che è Carlo Poddighe. Zero basi, niente sequenze, tutto assolutamente live. Il messaggio è più forte è la presenza dei numi tutelari. Mauro Pagani, che non è tipo da ospitate, arriva per suonare come 25 anni fa «Lombardia», ma si ferma pure per «Verso oriente», manifesto emozionale che vibra anche nella voce di Eugenio Finardi. Vederli scambiarsi aneddoti e impressioni, a concerto finito, dà la misura di quello che è stato. E di ciò che potrà ancora essere.


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Gian Paolo Laffranchi
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