21 ottobre 2019

Cultura

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18.04.2019

Da pittore a scultore lui Da orafa a pittrice lei

Giuseppe Bergomi nasce a Brescia (è del 1953) e rifugia a Ome: una verde dimora per vivere, lavorare. Diventa pittore (iperrealista, diplomato a Brera) e muta in scultore, dopo l’incontro sulla via degli Ottanta con Otto Gutfreund, Arturo Martini. Idea l’ammorbidente del bronzo e idealizza fusioni lievi, col solo peso della carne umana cui si dedica. Terrecotte e autoritratti sono il debutto nella terza dimensione. Da lì, l’ascesa. NON SI CONTANO personali e collettive, tra Roma, Milano, Barcellona, Washington, Utrecht, Londra. Si segnano rapporti decisivi: Mario De Micheli, Marisa Volpi, Roberto Tassi, Marco Vallora, Mario Botta. Con la famiglia Sgarbi cuce una connessione intima; Vittorio cura la decisiva mostra del 1985, a Cortina, e alla scomparsa della di lui madre, Caterina, Bergomi realizza un delicato, imponente angelo tombale. Suoi i premi «Suzzarra» 1990 e «Grand Prix Château Beychevelle» 1993. Sue la «Valentina in piedi» alla Permanente di Montecitorio e la monumentale opera acquatica a Nagoya, in Giappone. Assieme alla moglie, Alma Tancredi – orafa pànica approdata alla pittura naturistico-domestica sulla soglia dei Duemila –, espone per la prima volta nello studio Etra di Firenze, due anni fa.

AL.TO.
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