29 novembre 2020

Cultura

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21.10.2020

«DINO», L’ARTE DI RESISTERE

L’artista ha donato opere e archivio alla Fondazione clarenseVisite nel weekend: venerdì (15-18), sabato e domenica (10-12, 15-18)Al Museo della Città di Chiari l’omaggio a Leonardo «Dino» Martinazzi
L’artista ha donato opere e archivio alla Fondazione clarenseVisite nel weekend: venerdì (15-18), sabato e domenica (10-12, 15-18)Al Museo della Città di Chiari l’omaggio a Leonardo «Dino» Martinazzi

Leonardo Martinazzi, Dino per gli amici, è morto lo scorso anno; ha lasciato tutte le sue opere alla «Fondazione» clarense Biblioteca Morcelli-Pinacoteca Repossi; a distanza di un anno, nel Museo della Città gli amici hanno organizzato una mostra, sviluppata sui percorsi di ricerca di un artista appartato, autentico. Dall’intera raccolta emergono le tensioni culturali e stilistiche dell’autore e di una generazione: dalla volontà di sottrarsi alle modalità più diffuse dell’espressione artistica, all’utilizzo «personale» della macchina fotografica (non è un fotografo, per capirci), fino all’individuale ricerca nell’immagine di quella dimensione lieve, della «vaga», leggera, tenue, limitata e tuttavia amplissima dimensione iconografica, in cui si declinano gli aspetti dell’animo. Tutta la sua opera è costruita sul bisogno di dare forma al mondo interiore. Dalla contemporaneità, immettendosi in punta di piedi con un suo singolare modello espressivo, Dino ha saputo trarre alcune risorse. La principale è l’autonomia dell’opera dalle rigide regole di una severa consuetudine accademica. Già nel marzo del 1916 l’inventore del Dadaismo (Hugo Ball) annotava nel suo Diario che per essere radicalmente innovativi occorreva saper trasformare «la vita con la poesia». Martinazzi ha cercato di trovare il filo per dipanare la matassa che unisce razionalità e mondo inconscio, per dare voce all’indicibile, sia che parta dal mondo tecnico e dalla fotografia che gli appartiene, sia che entri in quell’esprit de finesse che un limitato sodalizio di amici veniva cercando. Parte sempre da un incipit fotografico poco leggibile, dal caos, da un grumo di segni che ha rinvenuto nelle sue fotografie, nei tratti casuali di matita che derivano dalla mano che si muove libera sul foglio, e dall’inquietudine che del nostro tempo è stata compagna inseparabile, ad iniziare dalla crisi del Sessantotto in cui tutto sembrò diventare politica, alle lezioni successive di una strategia (si parlò di tensione) in cui ogni mattina aprivamo il giornale per comprendere quel delirio senza fine che ci ha accompagnato. IN QUEL NUCLEO iniziale caotico Leonardo ritrova la luce, una chiarità che dà un senso all’intreccio dei segni, alla materia, ai grumi. In quell’apertura alla luce cancella il caos, scorge la strada per il pensiero e per la mano, sa dare vita e immagine alle tensioni emotive, che sono anche le incertezze di ogni singolo passo e costituiscono l’approdo verso insperati orizzonti, che sembravano, e sembrano ancor oggi, individuare non tanto le magnifiche sorti di un progresso che ci veniva deludendo sempre più, giorno dopo giorno, ma quel respiro, quell’attimo di vita possibile: una tregua ad una generazione che, pur nella sconfitta, voleva continuare a parlare. In questo senso, in ogni opera di Dino troviamo l’indicazione serena di un esistere e resistere che non vuole occultare il disagio, ma cerca di convivere con quello per dargli un possibile senso; che ci ha concesso di essere, pensare e anche sognare, a volte. •

Mauro Corradini
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