20 gennaio 2021

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13.01.2021 Tags: Libri

Don Giovanni Barbareschi, «Il Ribelle»

Don Giovanni Barbareschi con una copia del periodico «Il Ribelle»
Don Giovanni Barbareschi con una copia del periodico «Il Ribelle»

La fulgida figura di don Giovanni Barbareschi, lo storico cappellano delle Fiamme Verdi bresciane morto a 96 anni il 4 ottobre del 2018, rivive ora in «Chiamati a libertà» (edizioni In Dialogo, 232 pagine, 18 euro), raccolta di scritti e testimonianze curata dal saggista don Giuseppe Grampa, con prefazione del cardinale Mario Delpini, arcivescovo di Milano. Cresciuto in una famiglia antifascista, il 9 settembre del 1943 entrò nella Resistenza. Al Collegio San Carlo a Milano ebbe l'idea di fondare il leggendario periodico clandestino «Il Ribelle», che dopo la soppressione di «Brescia Libera», con l’arresto e la fucilazione di Astolfo Lunardi, prese vita in una serie di incontri con Carlo Bianchi, Teresio Olivelli, Mario Apollonio, Dino Del Bo e padre David Maria Turoldo. «A fare questo giornale eravamo in otto - ricorda nel libro - Sei sono morti fucilati o in campi di concentramento. E io sono qui per trasmettere il loro testimone, per passare la consegna, per dirvi: innamoratevi della libertà». E la mente va a Olivelli, morto nel lager di Hersbruck, a Bianchi fucilato a Fossoli, a Luigi Ercoli deportato a Mauthausen, e ad altri «ribelli per amore». Fu lui, sebbene all’epoca ancora diacono, a impartire la benedizione inginocchiandosi dinnanzi alle salme dei 15 martiri fucilati dalla famigerata Brigata Ettore Muti sul selciato di Piazzale Loreto a Milano il 10 agosto del 1944. Tre giorni dopo venne ordinato sacerdote; il 15, dopo la prima messa, fu arrestato mentre si preparava ad accompagnare in Svizzera degli ebrei fuggitivi, e portato a San Vittore dove subì più volte le torture dei nazifascisti. LIBERATO su pressione del cardinal Schuster, don Barbareschi partì per la Valcamonica diventando nell'autunno del ’44 il cappellano delle Fiamme Verdi. Arrestato di nuovo e deportato a Bolzano, riuscì a fuggire prima del confine buttandosi da un camion. In valle visse quello che definiva «il giorno più difficile» per lui, prete, cappellano, partigiano. «Siamo in rifugio sopra Darfo. C’è la possibilità che un gruppo di SS arrivi da noi. Dobbiamo fuggire, ma con noi c’è un ferito, non ha vent’anni, viene da me, cappellano, con la pistola: “Per favore uccidimi, se mi prendono ho paura di tradirvi, tu lo puoi fare in nome di Dio”. Ma lo salvammo. È stato il momento più difficile della mia vita partigiana». Proclamato Giusto tra le Nazioni e insignito della medaglia d'argento per la lotta di liberazione, con l'Oscar (Opera Scautistica Cattolica Aiuto Ricercati) contribuì a salvare la vita di oltre duemila fra ebrei, ricercati, renitenti alla leva, militari in fuga, aiutandoli a espatriare munendoli di falsi documenti da lui personalmente fabbricati. Mise al sicuro anche il suo aguzzino a San Vittore, nascondendolo in casa sua per sottrarlo al linciaggio - «Una delle prime cose che dirò al buon Gesù che mi interrogherà: ricordati che ho salvato Franz» - e salvò addirittura il colonnello Dollman accusato allora della strage delle Fosse Ardeatine. Dopo la Liberazione continuò a impegnarsi nella difesa dei valori che avevano sorretto la sua gioventù. Si dedicò all'attività pastorale e all'insegnamento, operò come assistente della Federazione Universitaria Cattolica Italiana e fu tra i creatori della Fondazione Lazzati. «Come abbiamo scritto ne “Il Ribelle“ - amava ricordare - non ci sono liberatori, ma solo uomini che si liberano». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Flavio Marcolini
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