24 gennaio 2021

Cultura

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28.11.2020

E IL TEATRO SI FA GRANDE

Il Teatro Grande: la sommità dell’edificio (3 grandi finestre gemelle) è l’unica parte ancora seicentesca
Il Teatro Grande: la sommità dell’edificio (3 grandi finestre gemelle) è l’unica parte ancora seicentesca

Quando il grande portone d’ingresso al teatro è aperto, si riescono a vedere dalla strada in lontananza le calde luci gialle del lampadario appeso nel vestibolo, mentre due file di affreschi eleganti gettano un’occhiata furtiva da dietro le quattro colonne che, come giganti di pietra, sostengono il peso della facciata. Ci troviamo davanti ad un santuario laico che, dal ‘600, ha difeso e promosso l’insegnamento di discipline aristocratiche come il ballo, la scherma, l’equitazione, la matematica, la musica, la filosofia. Varcate le colonne, salendo i primi scalini, una targa latina di quel secolo mette subito in chiaro le cose: «Così come Cinzia (altro nome per Diana), protetta dalle muse, non erra vagando, così se desideri scoprire chi sei sali, o viaggiatore». Questa è la traduzione riassuntiva del motto degli Accademici Erranti, che qui avevano sede e qui gettarono la semenza che ha fatto sì che l’edificio fosse per sempre consacrato alle più nobili arti liberali. GLI ERRANTI si concedono il lusso di poter vagare alla ricerca di sé, perché questo girovagare è comunque e sempre fonte di nuova conoscenza e consapevolezza. Fu Erostrato a bruciare il tempio di Cinzia-Diana: tutti sono invitati a salire le scale del Teatro Grande ma non chi, come il pastore di Efeso, è nemico delle arti e dell’intelligenza. Percorrere i suoi gradini significa anche un po’ ascendere ai piani alti del proprio spirito e della propria umanità. Il grosso lampadario che vedevamo pendere superbo e luminoso in lontananza campeggia ora sulle nostre teste nella Sala delle Statue, completata nel 1862: sembra di trovarsi in una piazza abitata da statue che, dall’alto di una balaustra sorretta da un peristilio di colonne lisce, si affacciano curiose. I 16 dimoranti in gesso e tela gessata sono opera di Giuseppe Luzziardi. Il soffitto a volta a vela, di un blu scurissimo, è un cielo ospitale e generoso, poiché permette alle luci del lampadario di elevarsi al rango di stelle. Tre busti bronzei, infine, sono i degni monumenti di questa piazza di marmo e gesso: a sinistra Giuseppe Verdi, a destra Gerolamo Rovetta, scrittore verista e drammaturgo bresciano, nell’angolo adiacente alla porta Arturo Benedetti Michelangeli. DOPO UN BENVENUTO così intimo e notturno si spalanca davanti a noi il sole di quella che appare come una lucente e sognante sala da ballo dai delicati toni pastello. In realtà questo spazio, chiamato ridotto o foyer e realizzato nel ‘700 da Antonio Marchetti, era utilizzato dagli Erranti come sala accademica e poi, nell’800, come spazio d’attesa destinato ai vizi del gioco e del fumo, come ricordano alcuni affreschi sul tema che oggi arredano le pareti del Caffè. Il decoro ornamentale, affidato ai pittori veneziani Francesco Battaglioli e Zugno, è tutto volto a dilatare e a rendere arioso uno spazio forse troppo piccolo per la volontà di bellezza degli Erranti: tra le paraste di ordine gigante fanno capolino, anticipando quelle vere e proprie del teatro, delle logge con parapetti traforati rese, lateralmente, con illusioni pittoriche. Anche le specchiere, aggiunte a fine ’800 da Antonio Tagliaferri, puntano a rendere infinito lo spazio, ma anche la bellezza, del Ridotto rococò. Se immaginiamo la Sala delle Statue come una notte profonda e il Ridotto come un fresco e pallido mattino, non possiamo non affiancare l’immagine di un caldo e solenne vespro alla maestosa sala grande del Teatro, realizzata nel 1810 su progetto di Luigi Canonica. I cinque ordini di loggiati che la sviluppano in altezza sembrano altrettante carminie pennellate di un regale tramonto: ovunque l’occhio si posi sono il rosso granata delle poltrone e della tappezzeria e l’avorio e l’oro delle strutture dei palchi e delle decorazioni a fare da padrone. QUESTO LUOGO per gli Erranti era un cortile adibito a cavallerizza, destinato cioè ad ospitare esercizi di equitazione. Più le logge si allontanano dal suolo e si avvicinano al cielo, più le loro decorazioni si fanno opulente: i tratti semplici del pianterreno lasciano sempre più spazio a tralci, putti musicanti, rilievi dorati alternati ad eleganti nudi femminili e strumenti musicali. Il cielo affrescato sul soffitto, opera di Girolamo Magnani, ospita fra le sue nuvole vaporose le allegorie della commedia, della tragedia, della musica e della danza che occupano il luogo adatto alle uniche dee dell’arte qui rappresentata. Esse riuscirono a compiacersi di accogliere sotto il proprio patrocinio i talenti incomparabili di Giovanni Simone Mayr, maestro di Gaetano Donizetti, Arturo Toscanini, Luciano Pavarotti, Maria Callas: astri che hanno potuto portare un po’ del loro immenso sfavillio sotto il cielo bresciano. •

Chiara Comensoli
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