27 gennaio 2021

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09.01.2021

E LA CASA DIVENTÒ MUSEO

Moretto, «Natività» (1530): i pastori in adorazione, la levatrice incredula davanti al parto di Maria
Moretto, «Natività» (1530): i pastori in adorazione, la levatrice incredula davanti al parto di Maria

C’era una volta un angelo dai dolci boccoli biondi, dall’incarnato roseo che gli conferiva un’aria tenera e fanciullesca, dallo sguardo mellifluo che attraversava la tela per dirigersi su un soggetto sconosciuto, rubato al quadro dalle grinfie del tempo: quest’angelo fu il primo soggetto realizzato da un Raffaello diciassettenne, venduto al conte bresciano Paolo Tosio come «ritratto di giovane» perché, per non doverlo vendere come frammento, qualcuno pensò di coprire lo sfondo che tradiva le ali con vernice scura. Come ogni principe che si rispetti, il mistero attorno alla sua nobiltà artistica durerà fino al 1912, quando Oskar Fischel riuscirà a stabilire la sua originaria appartenenza alla Pala Baronci di Città di Castello, danneggiata da un terremoto nel XVIII secolo. Ma la storia prosegue: nel 1832 il conte Tosio decise di fare della sua dimora una vera casa-museo in cui vivessero, accanto al biondo angelo apolide, il Cristo Benedicente di Raffaello, che unisce la plasticità classica del corpo all’uso dello sfumato leonardesco, l’Annunciazione del Moretto, vestita a festa nelle sue tinte argentine e illuminata da luci verdiazzurre, l’Adorazione dei pastori di Savoldo, avvolta in una notte pastosa e materica, rotta solo dall’apparizione scintillante dell’angelo che squarcia le nubi. A QUESTO VIVACE ballo di debuttanti parteciparono anche affreschi e pale d’altare di chiese cittadine soppresse, opere che addobbavano palazzi signorili in demolizione, tele presenti in edifici municipali dimessi. Ma la voce, intanto, si spargeva: la festa ebbe una risonanza inattesa e vi parteciparono anche i tesori artistici di famiglie altolocate come quella dei Brozzoni, dei Sala, dei Calini e, più avanti, dei Fé d’Ostiani. Nel frattempo ogni angolo di Palazzo Tosio veniva riempito e nemmeno la nuova Accademia Civica di disegno riusciva più a trovare il posto per amministrare «l’insegnamento delle belle arti e delle arti meccaniche e dei mestieri». Ma giunse il 1884 e il regno in espansione trovò un nuovo castello: il conte Leopardo Martinengo da Barco lascia al comune di Brescia il suo palazzo e la sua collezione di opere d’arte, i cui pezzi di spicco sono rappresentati dai lavori del Foppa, del Ferramola, di Paolo da Caylina il Giovane, del Gambara e del Romanino. L’architetto Antonio Tagliaferri ridisegnò la facciata di Palazzo Martinengo e Domenico Ghidoni elaborò il monumento al Moretto collocato al centro dell’omonima piazza realizzata ad hoc in quell’anno: nel 1903 tutto era pronto per unire in un matrimonio definitivo le due collezioni nella Civica Pinacoteca Tosio-Martinengo. OGGI IL SUO PERCORSO espositivo si snoda come un serpente cangiante attraverso 21 sale, in modo che l’enigmatico volto del Cristo di Andrea Previtali sembri quasi galleggiare in un infinito mare di velluto azzurro, le occhiate dell’ambigua cameriera de la «Cena di Emmaus» del Moretto risultino ancora più conturbanti grazie allo sfondo carminio della parete, i ritratti ovali dei nobili del Pitocchetto e di Antonio Paglia siano lasciati a contemplare le decadenti architetture dipinte rococò che li circondano, consapevoli della vacuità dei fasti della nobiltà dell’ancien régime. Questo tempio artistico iridescente ospita anche esempi della antica e raffinata arte vetraria veneziana, statue bianchissime di uno dei massimi esponenti del neoclassicismo come Thorvaldsen, ceramiche e bronzetti decorativi di produzione italiana, oreficerie a tema sacro, piatti smaltati coloratissimi. Ed è tra tutti questi tesori che, nel cuore del museo, al centro della fortezza, si staglia l’opera dei maggiori pittori del Rinascimento Bresciano: schierato in prima fila abbiamo Romanino, con la sua pittura polemica e libera dagli schemi, schietta e quasi sgrammaticata; lo segue il più giovane Moretto, equilibrato e pulito nel realizzare figure nitide figlie del tempo della Controriforma. Questi due estremi si incontreranno al mezzo, quando dovranno lavorare insieme per la decorazione della cappella del Sacramento nella chiesa bresciana di San Giovanni Evangelista: ne uscì un capolavoro a due teste, una specie di sfinge la cui parte animalesca è definita dal lavoro tormentato ed espressivo del Romanino, mentre quella razionale dall’opera pacata e intima del Moretto. AL CENTRO della fortezza cittadina di Tosio-Martinengo si colloca anche l’opera del Savoldo, artista sognatore e anticipatamente romantico che colloca spesso l’azione delle sue tele in un’atmosfera raccolta e mistica a metà strada tra il turbamento interiore del Romanino e la religiosità riflessiva del Moretto. È un po’ così, mezzo Romanino e mezzo Moretto, anche il bresciano doc: malmostoso per definizione, provinciale quando parla, rustico quando mangia; ma anche preciso quando si tratta di valorizzare i suoi tesori, concreto quando c’è da rimboccarsi le maniche e dimostrare che la leonessa non sa solamente ruggire ma anche, come fecero Tosio e Martinengo, compiere atti di condivisione civica donando alla città ricchezze che sono emblemi della sua storia e che, per questo, appartengono a tutti. Questa è la storia dell’angelo biondo di Raffaello e di tante altre opere di casa mia: larga la foglia, stretta la via, tu dì la tua che io ho detto la mia. •

Chiara Comensoli
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