07 agosto 2020

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07.07.2020

«Ennio, mio grande amico... Ora che muori, sei immortale»

L’intensità di Ennio Morricone al Teatro Grande di Brescia: era il 16 dicembre 2007 FOTOLIVE/Fabrizio  CattinaL’inimitabile magìa della musica del Maestro in azione  a Brescia, quasi  13 anni fa. Il Premio Oscar celebrava il centodecimo compleanno dell’Aib FOTOLIVE/Fabrizio Cattina
L’intensità di Ennio Morricone al Teatro Grande di Brescia: era il 16 dicembre 2007 FOTOLIVE/Fabrizio CattinaL’inimitabile magìa della musica del Maestro in azione a Brescia, quasi 13 anni fa. Il Premio Oscar celebrava il centodecimo compleanno dell’Aib FOTOLIVE/Fabrizio Cattina

È passato più di mezzo secolo. 1965: «Durante I pugni in tasca di Marco Bellocchio - dice Ennio Morricone a pagina 78 della sua biografia Inseguendo Quel Suono - incontrai Silvano Agosti, che montò il film. Sulla scia di questo incontro molto interessante e alcune chiacchierate insieme, mi chiese di musicare Il giardino delle delizie». 1967: «Il lungometraggio d’esordio, che Agosti stava realizzando proprio in quei giorni. Più tardi, tramite loro, incontrai anche Liliana Cavani. In quegli anni sperimentai moltissimo». Non sono in tanti, a potersi vantare di aver sperimentato cinema con Morricone. Agosti è fra questi. Ha conosciuto il Maestro fianco a fianco, stando dall’altra parte dello schermo. Non solo spettatore ma collaboratore. Aver fatto squadra ha instaurato un legame professionale prezioso, ma è per la sintonia umana che Silvano si scioglie in lacrime da Roma, ricordando l’amico. «Il mio più grande amico - sospira il cineasta bresciano, 82 anni compiuti il 23 marzo scorso, che nella Capitale gestisce la sala dell’Azzurro Scipioni -. Troverò le parole per spiegare Cos’è stato Ennio». Cos’è stato, Morricone, per lei? Il mio più grande amico. Lascia un immenso vuoto, anche se in realtà è tutto pieno, qui, di ciò che stato Ennio. Tutto il mondo lo sta celebrando. E per la verità non era incompreso nemmeno in vita: amato, applaudito lo è stato, eccome. Sì. Ma non soltanto. Ennio Morricone sperimentava con coraggio. Ha fatto così tanto per l’arte che ha saputo rendersi immortale. Questo riconosco al mio amico, mentre ne piango la morte. Muore un essere immortale e il piacere del pianto non me lo nego, perché è forte il dolore. Ma non piango perché se ne è andato. Perché lo so che non se ne è mica andato. Cos’è che l’addolora di più, allora? Piango sul mistero della natura, che fa morire la gente. Mi domando il motivo. Forse la lascia morire per farla vivere per sempre. Ma l’immortalità di Ennio Morricone è evidente. Non la vedo, non la sento solo io. Dall’incontro in occasione del debutto di Marco Bellocchio, una collaborazione lunga una vita. Ennio ha realizzato e curato la musica di 6 miei film, dimostrandosi non soltanto bravo come sappiamo, come sanno tutti ovunque, ma anche persona estremamente generosa. Cosa intende esattamente? Oltre all’impegno mostrato, sempre massimo come la qualità delle sue melodie, ha sempre voluto pagare lui tutto. Lo studio, l’orchestra, perfino il pranzo. Eppure gli haters, che allora si chiamavano diversamente ma ci sono sempre stati e oggi proliferano, dicono che fosse avaro. Lo dicevano anche di Alberto Sordi, che manteneva in silenzio mezza Roma. Certo. Sa perché? Spesso certa gente scambia un benefattore per una banca: «Visto che aiuta l’orfanotrofio - pensano - potrà ben farmi un prestito di cinquemila euro». Sbagliato! Sono benefattori, aiutano i bisognosi; non finanziano i vizi di chi poi per vendetta va in giro a dire che sono tirchi. La gente ama parlar male: di me dicono che mi tingo i capelli, quando al massimo tendono vagamente al grigio... Il primo aneddoto che le viene in mente? Tanti, troppi. Uno che per discrezione non posso raccontare... Allora racconterò questo. Un giorno gli dico «Ennio, ho fatto il mio primo film», e gli espongo la mia idea: «Come intermezzo, al posto dell’intervallo, mettiamo una scena in cui i giovani stanno ballando sulla spiaggia quando arriva una fila di pretini; i ragazzi si bloccano, allora sono i pretini a mettersi a ballare e i ragazzi ricominciano. Voglio un rock che diventi Bach che ridiventi rock», gli dico. «Ho capito», mi fa lui. E poco tempo dopo mi porta una registrazione con la chitarra. Io però sogno altro: «Voglio l’orchestra, i fiati, un coro con 200 bambini». Ennio non si scompone. E si ripresenta: «Questo è un provino che ho fatto in Giappone per una versione della Bibbia, mi è rimasto perché alla fine hanno preso un musicista giapponese. È per te». Avevo l’orchestra, il coro dei bambini. Il talento e l’intelligenza di Morricone per un mio film. Grande la mia gioia! Quanto la gratitudine. •

Gian Paolo Laffranchi
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