10 luglio 2020

Cultura

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15.05.2020

Fra le pagine affiorano paesaggi interiori

La copertina del libro di Anna Maria Boselli Santoni
La copertina del libro di Anna Maria Boselli Santoni

Lascia un alone che riporta a quei paesaggi interiori inafferrabili per i quali si esclama, da dentro, «beh, sì, questa è proprio la vita». Funziona così la scrittura di Anna Maria Boselli Santoni, maestra e teologa laica di stanza a Leno, avvezza a poesie, romanzi. «I RACCONTI della luce» (Edizioni Pragmata) mescono sentori minimi, presi per certo dalla vera realtà, per farli dondolare liberi sulla pagina - e riconoscervi un segreto (su ciò che l'autrice chiama Universomondo). Arrivati al fondo delle quattro storie brevi c'è del conforto, ad attendere; ha la solennità benevola e il tragico fervore di chi, quando dice «andrà tutto bene», lo fa sullo stipite di un futuro già proteso al domani, come conoscendolo. LA VOCE delle vicende è sempre femmina, mai civettuola. La donna di Boselli Santoni, sotto le sue varie spoglie, possiede e spande certa pace combattiva («Io sono mia e nessuno mi può imbrigliare. Nessuna tenerezza mi può trattenere: io voglio solo andare via, a camminare nella neve»); è un sentimento, questo, privo di competitività verso sé quanto verso il prossimo: si vuole solo star bene, si chiede solo il rilassamento del cuore. ED IL PREZZO è invidia - lo sconta la maestrina di piccoli orfani. È solitudine raminga - la respira la mendicante per un giorno. È rimozione del pensiero più dolente - lo prova la viaggiatrice canuta. È sacrificio - lo piange la gatta di campagna. Tutto ciò può capitare di «sabato a metà settembre, nel pieno di un sole ormai trasparente». Su una Lambretta come su un marciapiedi gelato. Dentro «un bacio bello e timido: un frutto tardivo, che suscita stupore». O sotto il portico di una «grande villa centenaria, immersa in un’isola di muschio precoce alla base di alte conifere». VIAGGIANDO dalle aule dell'anno scolastico 1961-1962 alle luminarie del più recente Natale, tra le vie di città e provincia (le nostre), viene da toccare il lato mistico delle cose. SI PENSAVA pungesse, scottasse, che in qualche modo ferisse, invece tiene del morbido in grembo. Identico al parto della soriana che lacrima e sorride: «Ed ho perso i miei piccoli; li ho persi tutti, sparpagliati per i cortili di cemento delle cascine. Ma almeno loro ora sono di qualcuno; alfine sono al sicuro. Avranno avanzi di minestra e di latte, e bucce di salame nostrano». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Tonizzo
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