19 settembre 2020

Cultura

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09.08.2020 Tags: Libri

Gli esseri effimeri: il valore della vita nel tempo infinito

Einaudi pubblica, nella collana ET Saggi, «Creature di un sol giorno. I greci e il mistero dell’esistenza» (pp. 156, 12,50 euro) di Mauro Bonazzi, professore di Storia della filosofia antica all’Università di Utrecht e alla Statale di Milano, una luminosa riflessione sul senso della condizione umana a partire dal tema della morte. Una elaborata indagine sulla civiltà greca, attraverso l’analisi di letteratura, mito, arte, pensiero filosofico, per arrivare a comprendere l’impatto da essa esercitato sulla cultura occidentale. A partire dai poetici versi di Pindaro nell’ottava Pitica, scritta per celebrare il lottatore Aristomene di Egina, vincitore dei giochi che si erano tenuti in onore di Apollo Pitio nel 446 a.C., che condensano con una potenza ineguagliabile il modo in cui i Greci si sono posti di fronte al tema dell’ephemeros (letteralmente, ciò che dura un giorno), emerge l’interrogativo sul senso e sul valore di un’esistenza nel tempo infinito. Siamo esseri effimeri, di breve durata, illusori, della stessa consistenza del sogno. Come le farfalle, solo per un periodo di tempo più lungo, non c’eravamo, ci siamo, non ci saremo. E proprio la morte é il «punto di attacco», lo scandalo, il mistero. Il problema non è tanto quello di dover morire; a essere insopportabile è l’idea che la morte rischia di togliere valore e significato a tutto quello che siamo e che facciamo. Nei capitoli «La battaglia» e «Viaggi e naufragi», Bonazzi prende le mosse da Omero e ne analizza i suoi eroi più rappresentativi, Achille nell’Iliade, la cui scelta assoggetta anche l’eros alla brama di lode e che muore per sconfiggere la morte, e Ulisse, nell’Odissea, personificazione della nostalgia per il paese natio e dell’ansia di conoscenza. Perché gli eroi vogliono combattere? L'autore si interroga su cosa intendessero i greci per gloria (kleos) e per onore (timè) e quanto fossero disposti a scarificare sé stessi per ottenerle. Illuminante prova é il dialogo tra Glauco e Diomede nel sesto libro dell’Iliade. La gloria «non è un’illusione ingannevole, una vana ciarla, ma l’equivalente di ciò che rappresenta per i cristiani la redenzione: una certezza di immortalità». Solo lasciando dietro di sé il ricordo delle proprie imprese, attraverso l’azione eroica, è possibile sottrarsi all’oblio, vincendo la morte. Oltre alla prima forma di desiderio, quella basica, che si realizza attraverso la riproduzione biologica, sono due le possibilità che si traducono in due modi di vita antitetici: da un lato la vita attiva, dedicata alla politica, dall’altro la vita contemplativa, che si traduce nella capacità di comprendere affrontando un lungo viaggio che alcuni possono considerare folle. Tra le tante citazioni riportate, affascinante la posizione di Epicuro nella «Lettera sulla felicità» a Meneceo, che così sintetizza: «Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi». Impavidi eroi o viaggiatori del pensiero, modello di bellezza senza tempo da un lato, tragici, dionisiaci e disordinati dall’altro, i Greci hanno da sempre stimolato i grandi filosofi, indicando come la caducità insita nella natura umana possa far comprendere quanto la vita sia preziosa. E come il riconoscersi nella propria incompletezza possa stimolare l’uomo a porsi continui interrogativi. •

Flavia Marani
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