13 agosto 2020

Cultura

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14.02.2020

Gli orizzonti geometrici di un’arte aperta

«La prima mossa» di Marco Manzella (correva l’anno 2019)«Sulla soglia» (opera del 2019)
«La prima mossa» di Marco Manzella (correva l’anno 2019)«Sulla soglia» (opera del 2019)

«Sulla soglia», «La prima mossa». Quando i titoli identificano opere che hanno un’anima, illuminate da una visione precisa. Non è possibile costringere in un ambiente chiuso un’arte aperta come quella dipinta da Marco Manzella, che nella Galleria di SpazioAref ha trovato un trampolino ideale. Da qui, in città, si slancia una proposta originale dalle geometrie ariose. Il nuovo si specchia in una curiosità che non nega le incertezze, rivelazione che sorprende attraverso una tensione narrativa suscettibile di interpretazioni differenti. Manzella non suggerisce né smentisce: dialoga con lo spettatore mettendosi in osservazione a sua volta, e in ascolto. «UN MIO DIPINTO è, insieme ad altre cose, una forma di conversazione tra me e chi lo guarda. È la prima mossa, un avvicinamento - spiega l’artista -. La Prima Mossa vuole alludere a quella piccola azione capace di far iniziare le cose. Talvolta questo atto può essere casuale; molto più spesso, invece, necessita coraggio. Solo un piccolo atto di coraggio può provocarci la sorpresa di una scoperta. L’inizio di una conversazione con uno sconosciuto, il primo movimento su una scacchiera, lo scatto un po’ sofferto dell’entrare in acqua su un mare che promette di essere freddo sono il continuo attraversamento di una soglia con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Le figure che nei miei quadri si spingono verso lo specchio d’acqua o passano attraverso ambienti diversi tra loro sono forse timorose, ma non possono tirarsi indietro di fronte a nuove scoperte. A loro spetta lo scatto per sperimentarle», racconta Manzella, fiero di una creatività fuori dagli schemi. Cosa è essere un artista, oggi? «È una parola che non mi piace - il pensiero di Manzella -: più un atteggiamento che un fatto. Io cerco di essere un artigiano. Raffinato, ma artigiano. Mi faccio i colori da me. Non è solo idea ma è anche pratica, è manualità. Adesso basta un giro alla Biennale di Venezia per darsi arie da artisti. Anche un violoncellista può sorprenderti l’orecchio con un giochetto, ma magari per 14 anni si è tormentato di esercizi per arrivarci. Trovo che l’arte contemporanea l’abbia dimenticato: spesso è solo gioco, idea. Maurizio Cattelan si vanta di non sapere né scolpire né dipingere né tantomeno disegnare. Ed è l’artista più pagato al mondo. In questo mondo io sono fiero della mia inattualità». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

G.P.L.
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