28 maggio 2020

Cultura

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04.04.2020

«Grande e Donizetti ancora più uniti per il futuro di Brescia e Bergamo»

Umberto Angelini, sovrintendente e direttore artistico della Fondazione del Teatro Grande
Umberto Angelini, sovrintendente e direttore artistico della Fondazione del Teatro Grande

È un progetto di intenti. Non è una rassegna o un festival, non promette una corsa a tappe contro il tempo. Non detta regola se non una, antica eppure mai valida quanto oggi: l’unione fa la forza. Anche per i teatri massimi di Brescia e Bergamo. «In questo momento di dolore per le nostre amate città, la Fondazione Teatro Donizetti di Bergamo e la Fondazione Teatro Grande di Brescia si stringono attorno alle proprie comunità e rafforzano il loro storico patto di amicizia e collaborazione. Condividendo l’impegno dei rispettivi sindaci, le due istituzioni culturali si mettono a disposizione delle proprie città e delle Amministrazioni per contribuire a progettare un futuro ancor più solidale, forte e unito. Lo spirito che accomuna le città di Bergamo e Brescia, così come la Fondazione Teatro Donizetti e la Fondazione del Teatro Grande, sta nella consapevolezza dell’importanza straordinaria della cultura come strumento di rinascita, crescita e speranza per l’intera popolazione. Lavorare insieme dunque per costruire per il nostro meraviglioso pubblico e per il territorio un domani ancora più condiviso e partecipato». Firmato dai presidenti Giorgio Berta (Fondazione Teatro Donizetti) e Franco Bossoni (Fondazione del Teatro Grande), dal direttore del Donizetti Massimo Boffelli, e da Umberto Angelini, sovrintendente e direttore artistico della Fondazione del Teatro Grande. Angelini, Brescia e Bergamo si rialzeranno abbracciate? Sì. L’amicizia nel nostro campo dura da anni, c’è già un rapporto dagli anni ’80, quando dall’impegno comune nacque il circuito Opera Lombardia. Anche alla luce della vicinanza dei sindaci, le Fondazioni hanno sentito l’esigenza di rafforzare il legame. Cosa comporterà questa alleanza? Avevamo già dei progetti condivisi, speriamo di metterli in pratica presto. Potevamo dircelo in via privata, abbiamo preferito fare una dichiarazione di intenti pubblica. La vicinanza fra Brescia e Bergamo adesso si misura anche nel calcio con il nemico comune chiamato Coronavirus. Certo. E su questa strada, unendo gli sforzi, bisogna procedere. Uno sguardo rivolto al futuro, pur nelle difficoltà. Non sarà facile ripartire: un teatro non è una discoteca, ma se all’inizio bisognerà far rispettare le distanze sarà un’impresa riuscirci. Sì, perché con un metro obbligatorio fra una persona e l’altra una capienza da 1000 si riduce a 300. E poi cosa fanno i cantanti, cantano con la mascherina? E i fiati come suonano? E nel balletto i danzatori non si toccano? Il problema non riguarda solo il pubblico. Ma adesso è giusto concentrarsi sulla salute. Il Grande in questo senso ha scelto la sua linea in tempi non sospetti. La chiusura del 23 febbraio è stata imposta, ma abbiamo anticipato l’annullamento di eventi ancora prima che fosse obbligatorio, concordandolo con gli artisti che a loro volta hanno dimostrato senso di responsabilità. Bisogna lasciare alla scienza il tempo di fare ricerca. E riflettere. Su cosa, in particolare? Un virus ha cambiato le nostre vite. Questo deve portarci a riflettere sul senso del limite, della fine. Dobbiamo smetterla di sentirci onnipotenti: siamo uomini. Io mi occupo di spettacoli dal vivo, di corpi che si scambiano esperienze fra palco e platea: il virus mina alla base il rapporto privilegiato fra chi sta in scena e chi è spettatore. Pone un problema enorme, che richiede riflessione. Per questo il Grande non sta proponendo eventi in streaming? Sì. È un momento di silenzio, per rispetto delle vittime. Il tempo dell’elaborazione del lutto e della riflessione. Lo pensa anche Nick Cave. Ho letto... Per noi è la cosa più giusta. Abbiamo ricevuto contributi da tanti artisti. Li teniamo lì, valuteremo se e quando usarli. Non ora. Cosa spera per il dopo? Il Coronavirus ha amplificato le disuguaglianze sociali. Spero che ognuno di noi riesca a strutturarsi per affrontare anche le incertezze del domani. La mia preoccupazione è per i posti di lavoro, ma è altrettanto grande il dispiacere di aver interrotto i programmi di solidarietà: penso alla mensa per i poveri, alla residenza anziani, agli ospedali psichiatrici, al carcere. Spero che chi ha sofferto di più fino ad oggi in futuro soffra un po’ di meno. La cultura può aiutare? Tanto. Andare a teatro significa partecipare, condividere. Ci serve anche il cibo per l’anima. Dopo quella sanitaria dobbiamo evitare un’emergenza psichica. La cultura darà le risposte che servono.

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