17 luglio 2019

Cultura

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24.09.2018

Il racconto
dei rifugi notturni
Valle Trompia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

A volte li sto proprio a guardare, i miei figli, quando - come il figlio di Michele Serra e di gran parte dei nostri coetanei - se ne stanno “sdraiati” sul divano e svogliatamente, grazie alla rete telefonica e ad un costoso aggeggio tecnologico stanno simultaneamente sia con me che con qualche amico che, mentre qui è quasi sera, si sta godendo il sole di Times Square o sta percorrendo la strada principale di Camden Town. Sarà l’età, ma mi scopro perplesso nel constatare come nel mentre la tecnologia ha annullato il concetto di “distanza” ( non c’è più niente di “inarrivabile”, ormai, né di troppo “distante” per andarci) abbia, al contempo, assassinato pure quello di mobilità ( perché andarci “davvero” in un posto quando, in maniera più comoda, lo si può fare “virtualmente”?). Funziona un po’ come con i social: ormai non è più indispensabile muoversi verso un bar, o una sezione di partito o l’oratorio, o un qualsiasi punto di ritrovo per conversare; basta “connettersi”e migliaia di autoisolati come te saranno ben disposti a “socializzare”: diventare “amici” è questione dei pochi secondi che servono per compilare un form. Sembrerebbe attività,oltre che comoda, facile e priva di rischi. Invece, spesso apprendiamo dalla stampa e dalla tv che l’ambiente “virtuale” può essere egualmente, quando non di più, pericoloso come il bosco insidioso delle favole con cui siamo cresciuti. E allora ripenso ai quattro decenni che mi separano da questi ragazzi, e ricordo come funzionavano le cose quando avevo la loro età. Sono tanti gli episodi che affiorano e informano di come, soprattutto negli ultimi vent’anni, i costumi e le abitudini siano cambiate in maniera così radicale che, prima dell’avvento delle tecnologie informatiche, non sarebbe bastato un secolo. Gli appetiti e le curiosità probabilmente sono gli stessi: ciò che è cambiato è la facilità con cui oggi si possono appagare. Ma questa stessa facilità, però, è ciò che rapidamente li svalorizza e impone di sostituirli con altri, e altri ancora, in una rincorsa affannosa che riempia di novità esistenze che, sempre più spesso, vengono percepite dai soggetti interessati come prive di valore, noiose, talvolta, purtroppo, insostenibili. Il sesso e la trasgressione, per esempio, credo rappresentino tutt’ora – per giovani e meno giovani - un terreno piuttosto interessante da bazzicare, solo che adesso se ti prende la voglia di guardare una bella ragazza, per statuto disinibita, e magari anche conoscerla e parlarci,te ne vai in Internet e ne trovi qualche milione nel giro di pochi click. Ma quarant’anni fa non c’era verso, e talvolta si era portati a pensare fosse più facile ritrovare il Sacro Graal che un po’ di sano e voluttuoso “vizio”. E’ così che talvolta, per necessità, si andava in giro la notte alla ricerca di emozioni e frequentando ambienti non sempre esenti da rischi. Potrà sembrare strano, in tempi in cui persino Melbourne è diventata vicina, credere che spostarsi semplicemente dalla Franciacorta alla Val Trompia fosse in un qualche modo avventuroso, ma è così. Anche perché in Val Trompia c’erano i night con dentro fi or di ragazze disponibilissime a secondo della quantità di denaro che avevi nelle tasche. Certo, locali così ce n’erano anche verso il lago d’Iseo o, per esempio, nella più vicina Gussago. Ma quelli erano troppo costosi e questi troppo vicini alle nostre realtà per escludere di potervici incontrare qualche conoscente dei nostri genitori che poi sarebbe corso a riferire delle nostre scappatelle: a quei tempi, peraltro, l’opinione dei famigliari contava ancora qualcosina. E, insomma, ci fu un periodo in cui, ogni tanto, in tre o quattro approdavano in Val trompia, al night, e ci sentivamo turisti. Ce n’era uno nella bassa valle e uno su un cima, in mezzo ai monti. C’erano caratteristiche comuni fra i due. Erano locali pieni di fumo, dove l’alcol scorreva impetuoso, le entreneuse ammiccavano e il buttafuori (ne bastava uno, nerboruto, ma uno) era suffi ciente ti guardasse per farti assumere un comportamento attento e contenuto. Non costava molto entrarci e potevi star lì a lungo con il tuo bicchiere in mano, appoggiato al bancone a lustrarti gli occhi: unica avvertenza non dar fastidio alle ragazze. Il pubblico era piuttosto variegato, anche perché noi ci andavamo preferibilmente il venerdì che tradizionalmente era il giorno in cui anche le mogli più possessive concedevano la libera uscita ai loro mariti: alcuni li individuavi lì, soli o in compagnia di altri come loro e li vedevi subito, vagamente impacciati ed alla ricerca di quell’anestetico che consentisse loro di affrontare, nei giorni a venire, la vita reale fi no al prossimo appuntamento con il sogno. Le ragazze, adeguatamente svestite, erano per lo più italiane, lo sentivi dagli accenti regionali, e frequentemente i loro estemporanei “cavalieri”, allungati sui divanetti, si limitavano ad allungare un po’ le mani ed a cercare di avviare improbabili conversazioni in cui rappresentarsi al meglio. Sembrava che ciò che ricercavano fosse tenerezza, un’intimità libera dagli acciacchi della confidenza quando è diventata consuetudine casalinga; sembrava cercassero comprensione. In fondo, a noi che giovani stavamo lì nel tentativo di sembrare più maturi e scafati, sembrava che questi signori di mezza età stessero lì per sentirsi più giovani. E più liberi. Dal canto loro le ragazze non lesinavano sguardi annoiati e i sospiri di chi non sapesse bene cosa dire. Il cameriere fungeva da tassametro e con una puntualità svizzera ad intervalli regolari riempiva i bicchieri delle varie coppie : le ragazze bevevano roba analcolica, i signori esageravano con pessimi spumanti che alla fi ne avrebbero pagato come champagne del migliore. Uno di quei due posti credo ci sia ancora. L’altro no, è stato incendiato ancora in quegli anni. Al tempo si parlò di regolamento di conti e “pizzi” non pagati. Prima che avvenisse,però, facemmo a tempo ad andarci in una serata qualsiasi della settimana – chissà come mai ci trovammo in giro - e osservammo così come, a secondo dei giorni, fosse diversa la clientela. C’erano pochi clienti, ma erano tutti personaggi piuttosto equivoci che mostravano una famigliarità sospetta e piuttosto autoritaria con tutto il personale e con le stesse ragazze. Se pagavano, quando pagavano traevano il denaro da rotoli di banconote che estraevano dalla tasca posteriore dei calzoni: sembrava maneggiassero carta straccia priva di valore. Mi ricordo che a uno che stava vicino a me al bancone mentre ingurgitava rapidamente un whiskaccio, si aprì un po’ troppo la giacca: fu così che notai, infi lata nella cintura, una pistola a tamburo. Ridevano e si divertivano rumorosamente quei tizi che potevano permettersi follie anche nelle notti infrasettimanali alle quali non sarebbero certo seguite mattinate in ufficio o in fabbrica. Soprattutto, ci accorgemmo che ci guardavano con una curiosità insistente e pericolosa. Fummo piuttosto rapidi a andarcene ed anche a dimenticarci la strada.

di Roberto Bianchi

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