31 maggio 2020

Cultura

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08.04.2020 Tags: Mostre

I RACCONTI DI VITA DEL BIANCOENERO

«L’abbraccio» di Claudio Rizzini:  ogni giorno una fotografia e una piccola introduzione dell’autore«Soave» di Giulio Obici: gli scatti sono pubblicati sul profilo Facebook dell’associazione Biancoenero
«L’abbraccio» di Claudio Rizzini: ogni giorno una fotografia e una piccola introduzione dell’autore«Soave» di Giulio Obici: gli scatti sono pubblicati sul profilo Facebook dell’associazione Biancoenero

Elia Zupelli Due anziani si abbracciano: cappello in testa, mani scavate dal tempo, fra le dita una sigaretta appena accesa. Intorno tutto è come sospeso, scorre lentamente in dissolvenza. Era ieri ma sembra un secolo fa, lontane chimere di una realtà stravolta e sconvolta: gesti naturali, istintivi, che nei giorni dell’isolamento si caricano di tensione nuova, evocano frammenti di una normalità perduta, hanno il brivido del proibito e al tempo stesso la luce della speranza. Del resto, «Il linguaggio dell’amore è un linguaggio segreto e la sua espressione più alta è un abbraccio silenzioso». Messa da parte per un attimo la Canon, Claudio Rizzini cita Musil e poi s’immerge nell’intensità del suo scatto: «Questi abbracci silenziosi oggi mancano a tutti. Cingere qualcuno è un gesto non solo di affetto ma anche di protezione e di condivisione. Con l’avvento di Covid-19 l’abbraccio è diventato pericoloso, un gesto da evitare, ma possiamo credere che dopo la forzata socializzazione virtuale ritorneremo ad abbracciarci e dentro quegli abbracci soffocheremo le angosce e le paure di questi tragici tempi». Quella del fotografo bresciano - classe 1963, tra le sue ispirazioni il cinema noir e la letteratura disegnata di Hugo Pratt - rappresenta una sorta di istantanea-manifesto del nuovo progetto «Il biancoenero racconta», che dai canali social dell’omonima associazione parla attraverso il linguaggio della fotografia. «In questo periodo di clausura forzata viene spontaneo portare lo sguardo e la mente oltre le nostre mura... Per portare un contributo più incisivo ogni fotografia sarà commentata da un testo personale dell’autore. Speriamo che questo piccolo appuntamento quotidiano possa diventare occasione di pensiero e condivisione». ECCO ALLORA le oniriche «Lune» di Michele Mottinelli, sequenza di immagini ispirata all’opera di Mario Giacomelli e nata da un gioco in camera oscura. Altre atmosfere, altre storie (ambientate a Pezzoro, borgo della media Val Trompia, fucina di campioni dello sci a metà del secolo scorso) nella «Piccola processione» di Eros Fiammetti. Sempre di Fiammetti, «Il vento in torbiera» s’insinua invece nel silenzio dell’autunno: «Alla fine lo scatto, leggero appena percepito, cattura il momento». Spingere, insinuarsi, creare un varco tra i corpi; piedi che si pestano, arti che cozzano, mani che frusciano e sguardi che si rincorrono: fotografata da Michele Gusmeri, «La tuba si fa largo» nella strade della città durante l’adunata degli alpini (anno 2000), mentre Il «soave» di Giulio Obici quasi lambisce il metafisico: «Roland Barthes in “La camera chiara” sostiene che in ogni foto ricorre quella cosa vagamente spaventosa che è il ritorno del morto. Io, invece, quando osservo una qualsiasi foto di molti anni fa, per esempio una scena di strada degli inizi del secolo, mi chiedo subito dove stia andando quella figura in marsina colta al volo mentre sale un gradino, cosa stia dicendo all’amico che gli è al fianco, dove andrà di lì a poco, come concluderà la giornata. Altro che morte: la fotografia fa rivivere la vita trascorsa, riattualizza il passato e lo rende un presente indefinito e prolungato, sfuma i contorni del tempo, insomma immortala». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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