16 ottobre 2019

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17.09.2019

«Il Campiello? Un segno nella letteratura italiana »

  Andrea Tarabbia ha vinto la 57esima edizione del Premio Campiello
Andrea Tarabbia ha vinto la 57esima edizione del Premio Campiello

[FIRMA] «Che cosa mi ha lasciato il premio Campiello? Credo una patente ufficiale, una sorta di passaporto che mi dice tu sei transitato per la letteratura italiana. Hai lasciato un segno. Non so se questo cambierà la mia vita, ma ci sarà sicuramente un prima e un dopo premio. Adesso è troppo presto per fare previsioni, però so che esisto come scrittore».Andrea Tarabbia, 41 anni originario di Saronno e residente a Bologna, sabato sera al teatro La Fenice di Venezia si è aggiudicato la 57esima edizione del Premio Campiello con “Madrigale senza suono” edito da Bollati Boringhieri. Al centro del romanzo la storia del principe madrigalista Gesualdo da Venosa, vissuto a cavallo tra Cinquecento e Seicento, un criminale (ammazzò la moglie e l’amante) e contemporaneamente un genio che compose musica meravigliosa, un lucifero della bellezza di cui l’autore rilancia la complessità. [CROSSHEAD_CO]Come è andata domenica?In realtà è stata una giornata abbastanza tranquilla, il viaggio di ritorno verso Bologna con mia moglie e mio figlio Lorenzo, la spesa perchè a casa avevamo il frigo vuoto. Le e-mail, i messaggi di amici, conoscenti. E tanto, tanto sonno. E poi, bisognava smaltire le emozioni, l’urlo di mio figlio da uno dei palchi “bravo papà”. Credo sia stata la soddisfazione migliore unita a quella del soprintendente e direttore artistico del teatro veneziano, il quale si è complimentato dicendomi che aveva letto il libro e che all’interno si parlava anche de La Fenice. Non era tenuto a farlo, mi ha sorpreso e mi ha fatto molto piacere. [CROSSHEAD_CO]E adesso rotta su Pordenonelegge?A volte i casi della vita sono proprio incredibili, qualche settimana fa sono andato in Friuli per intervistare il direttore Villalta e ora torno.[CROSSHEAD_CO]Certo, ma con una veste diversa?Ricordo una delle prime edizioni, adesso è cresciuto, è un festival importante e sono entusiasta di tornare per parlare del mio libro per conoscere altri autori, per confrontarmi. [CROSSHEAD_CO]Che cosa vorrebbe da questo premio?Innanzitutto mi farebbe piacere rivedere sugli scaffali delle librerie quello che considero il mio inizio come scrittore, “Il Demone a Beslan” del 2011. Sono partito da quelle pagine per suggerire senza retorica i grandi interrogativi sul senso del male, ma anche della pietà e della vita.[CROSSHEAD_CO]Che impressioni ha avuto sul Campiello, sulla scelta dei libri?Credo sia stata fatta una cosa molto intelligente, nella cinquina sono finite opere molto diverse tra loro per fili, temi, approccio e tutte scritte da autori letterari, ma non famosissimi. Il premio è riuscito a pescare nel sottobosco di nomi non conosciuti alle masse, non in classifica per le vendite, ma che sono comunque riusciti a fare un lavoro meritevole. Quello che fa anche Neri Pozza con gli inediti, trovare nuovi autori e pubblicarli, è meraviglioso. Il Nobel è prestigioso, ma se qualcuno trova uno scrittore africano o di qualche altro continente che scrive libri meravigliosi, fa un favore all’umanità.[CROSSHEAD_CO]Quando ha pensato che avrebbe potuto vincere?Un pensiero mai, ma sabato avevo buone sensazioni. E questo non accadde nell’edizione del 2016. Mi dicevo, chissà forse me la gioco, nessuno di noi era un grande autore, eravamo tutti di poca o media notorietà fatta eccezione per Giulio Cavalli, conosciuto in particolare per il suo ruolo a teatro e nel giornalismo. Comunque, durante tutta la serata, non è trapelato nulla, nè dalla casa editrice nè dal mio agente. È stata un’avventura vissuta con trepidazione fino alla fine. [CROSSHEAD_CO]Ha letto i libri degli altri autori della cinquina?Avevo detto, fin dall’inizio, che l’avrei fatto dopo. Sul mio comodino c’è il libro di Francesco Pecoraro e quello di Marco Lupo, vincitore dell’opera prima. Poi passerò agli altri, Laura Pariani che seguo da tempo, mi interessa capire come ha affrontato il Seicento. Mi soffermerò sul linguaggio e sulle invenzioni di Paolo Colagrande e infine Giulio Cavalli, il suo è un libro importante e necessario.[CROSSHEAD_CO]E adesso si rimetterà al lavoro?Nel senso se intendo invadere il mercato? No direi proprio di no. Non fa per me. A metà ottobre uscirà un manualetto per Zanichelli, era già in programma: “Parlare per immagini” per spiegare il senso delle figure retoriche. Si tratta di una rubrica online che già tenevo sul sito della casa editrice trasformata in parole scritte. [CROSSHEAD_CO]Per il futuro?Spero di continuare a parlare di “Madrigale senza suono”. Mi ha dato voce. E non è poco.[END_3]

Chiara Roverotto
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