16 ottobre 2019

Cultura

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28.08.2016

IL GIARDINO
DEL MOSTRO
DI ROSTOV

Andrea Tarabbia, finalista del premio Campiello  FOTO STELLA
Andrea Tarabbia, finalista del premio Campiello FOTO STELLA

Ha avuto fiuto, coraggio, passione. Ha viaggiato si è documentato. Ha ascoltato. E poi ha scelto. L’ultimo libro di Andrea Tarabbia «Il Giardino delle mosche» (Ponte delle Grazie, pp. 236) ripercorre la vita di Andrej Cikatilo noto alle cronache come il mostro di Rostov, colpevole tra il 1978 e il 1990 di almeno 56 omicidi. L’autore, limita all’essenziale gli aspetti scabrosi della vita di questo assassino, ma con un bisturi cerca di scandagliare la sua mente. Ne ripercorre la storia politica, la inquadra all’interno di quella incrollabile fede nel comunismo e in tutto ciò che l’Unione Sovietica ha rappresentato. «Poi», afferma Tarabbia, «ho pensato a libri come “Le Benevevole” di Jonathan Littell, ”A sangue freddo” di Truman Capote, a “L’avversario” di Emanuele Carrére, molto diversi tra loro sia per tecnica narrativa che per stile, ma accomunati da un aspetto: dare spazio alla voce del colpevole». Un anno e mezzo di lavoro. «Era necessario filtrare le fonti, molti giocavano sulla figura del serial killer, invece c’era molto di più da raccontare».

Perché ha scelto un personaggio così duro e violento?

Non è una figura che si sceglie, mi ronzava in testa da anni. Mi affascinava, come tutte le persone che fanno qualcosa di così diverso e assurdo rispetto al normale, nel bene e nel male. Quando penso a figure come Cikatilo, mi piacerebbe entrare nella loro testa. Certo la letteratura non serve a questo, ma a far capire i limiti dell’umano, sì.

Violenza, un aggancio con quanto sta accadendo in questi ultimi tempi?

E’ una domanda sull’Isis? Direi che mi ha superato a destra. All’interno del Califfato ci sono persone che decidono che la violenza è l’unica strada da percorrere, c’è l’onnipotenza di poter togliere la vita in ogni momento. Ma ciò che fa veramente paura dell’Isis è lo stesso terrore che si riflette nel protagonista del mio libro: qualcosa di incontrollabile, che può accadere in qualsiasi momento. Dopo l’11 settembre si diceva che finché colpiscono i simboli di megalopoli come le Torri Gemelle, il terrore è prevedibile. Adesso siamo passati ad un’altra fase: entri in macelleria e rischi di morire. L’ineluttabilità del male. Alla fine il tipo di paura che suscita il mostro di Rostov è simile all’angoscia più collettiva, globale che ci colpisce ora.

Politicamente che cosa sta accadendo in Europa?

Stiamo facendo l’errore di considerarci, secondo la vecchia logica, due blocchi contrapposti. Ci sono Paesi che si stanno nascondendo: il colpo di stato in Turchia, la Brexit. Credo che accadrà qualcosa, non necessariamente una guerra, ma uno spostamento dell’asse economico, sì. C’è un mondo occidentale che si sta disgregando non capendo bene dove sta andando.

E, quindi, la paura sale?

Non lo so, dovrei capire cosa accadrà tra 10 anni. Vedo male la Francia che sta affrontando la questione terrorismo come un problema di sicurezza e basta. Chi sta compiendo questi attentati, il camion lanciato sulla folla a Nizza, sono persone nate e vissute Oltralpe a cui è stato rimproverato di non essere integrate. Hanno perso un’identità, bisogna lavorare per dargliela. Questa è una questione fondamentale, ma bisogna capire che cos’è l’uguaglianza.

Parlare di morte non è semplice, è la seconda volta che lo fa: in questo libro l’ha affrontata in modo più crudo.

Credo che la letteratura sia quella pratica umana che si sofferma su 4-5 temi, amore, viaggio, fuga e guerra tutti sono legati al più grande mistero che ci riguarda, ovvero che cosa ci accadrà. Ho sempre avuto la sensazione che tutta l’arte abbia parlato della morte. La cultura cristiana parte dalla crocifissione di Cristo. La morte è un tema fondamentale, prima o poi bisogna affrontarlo.

Le vittime di Cikatilo erano tutte persone che non si adattavano le regole...

Un’altra cosa su cui l’Isis mi ha superato. Cikatilo viene letto come persona fuori dall’ordinario. In realtà ha portato all’estremo ciò che molti di noi pensano. Il diverso, il debole viene sempre confinato. Gli ebrei all’inizio del ’900 nel ghetto, il barbone in stazione viene visto come qualcosa su cui ci si può sfogare.

Cercando di vederla dall’altra parte, volendo dare un messaggio?

Ho un bambino di due anni e mezzo a cui sto cercando di insegnare due cose: la noia è bella, tutte le più grandi opere dell’umanità sono nate perché qualcuno si annoiava e che la sconfitta è più interessante della vittoria. Certo, la società va da un’altra parte, ma almeno ci provo.

Questi regimi falliscono e l’alternativa?

Quello che più mi spaventa non è la forma di governo in sé, ma quel sentimento popolare che si sente in giro e che sta virando verso atteggiamenti autoritari. Ci siamo dimenticati che con questi governi si sta peggio, per dirla in modo banale.

Chiara Roverotto
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