26 ottobre 2020

Cultura

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18.09.2020

«Il nostro futuro passa da territori definiti marginali»

La provincia vive sul margine, lontana dai grossi centri urbani. Una distanza che spesso diventa frustrazione, impotenza. Eppure proprio da questi territori può venire quella risposta che corrisponde a una nuova rinascita del paese, in una fase delicata che richiede di ripensare luoghi e tempi del vivere comunitario. Nuovi strumenti di costruzione condivisa. Nei giorni scorsi è stata ospite della rassegna «d’ADA. Arte, design e architettura» in Valle Camonica Lorenza Baroncelli, direttore artistico della Triennale di Milano, architetto e curatrice con collaborazioni internazionali. Un incontro dal titolo «Rigenerazione territoriale: musei e urbanistica», che è diventato l’occasione per una riflessione sul dialogo tra i territori e la cultura nell’Italia ferita dalla pandemia. Cosa si intende per rigenerazione territoriale? Significa chiedersi come rigenerare pezzi di territorio cercando di valorizzare le specificità del territorio a partire dal mondo della cultura. E significa accorgersi come la rigenerazione del territorio sia lo strumento necessario per fare cultura, welfare e innovazione tecnologica. Quello tra la comunità di un territorio e i suoi musei può dunque diventare un dialogo? Quando parliamo di musei pensiamo sempre a quelli che ci sono nelle città. Ma il territorio italiano è fatto di gallerie e centri più piccoli, che raccontano una tradizione più lontana rispetto a quella delle grosse fondazioni. Tramite la cultura si legge ciò che accade su un territorio, e per questo va creata una rete estesa. In questa fase post-Covid le grandi istituzioni devono trovare un dialogo con quelle più piccole, perché i grandi senza i piccoli significano poco. Crede che il Covid stia cambiando il rapporto tra i musei e i loro fruitori? Dobbiamo ancora capire cosa sta accadendo realmente: il Covid ha accelerato dei meccanismi che erano già in corso. I musei da tempo si interrogavano sulla costruzione di un rapporto con la dimensione digitale, o sull’attrazione verso un pubblico diverso. In Triennale abbiamo creato lo skate-park, che aveva l’obiettivo di uscire dal salotto dell’arte per tornare a essere uno strumento di lettura dei nuovi fenomeni culturali. Un’istituzione culturale non deve tanto educare, piuttosto far vivere la bellezza a chiunque. Una bellezza che i territori marginali conoscono bene ma che spesso viene dimenticata. Questi territori saranno il nostro futuro. Il Covid ci ha insegnato che i processi di urbanizzazione troppo rapidi producono una qualità della vita bassa. Si può vivere in un luogo più marginale ma con un livello di vita migliore, e magari andare a Milano un paio di giorni a settimana a fare riunioni. Ma per fare ciò serviranno trasporti e connettività. Sono processi già in atto, questo può essere il momento di questi territori, li vediamo da un’altra prospettiva: sono invece i territori centrali, sono il nostro Paese. Abbiamo capito qualcosa da questa pandemia, qualcosa che magari ci servirà per tornare a costruire? Tanti musei erano scollegati dai territori, portatori di un pensiero alto che non aveva contatto con il reale, con la vita, con le periferie, i giovani. I musei avevano perso questo rapporto. Ora devono tornare a interrogarsi. •

STE.MA.
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