01 ottobre 2020

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12.12.2019

Il Vate e gli «scaltri filibustieri» che fecero l’impresa

La copertina del volume
La copertina del volume

Non gli bastava essere riconosciuto come genio della parola e dello scritto, voleva anche il titolo di genio dell’avventura, della sfida impossibile, del viaggio più ardimentoso e della conquista più eclatante che mente umana potesse immaginare. Era Gabriele d’Annunzio, diventò l’attore principale dell’Impresa di Fiume (andata in scena cent’anni fa) e di Fiume fu designato Governatore, tanto eclettico e stravagante che per sopperire prima alla fame dei fiumani e poi ai ritardi del governo nel dare fisionomia italiana alla città conquistata inventò gli Uscocchi (antichi pirati triestini scomparsi, che in vita erano però deputati a risolvere a modo loro, cioè predando il naviglio veneziano e ottomano, il problema dei rifornimenti necessari alla loro città sotto assedio), trasformandoli in novelli filibustieri e incaricandoli di provvedere al vettovagliamento dei legionari e della città appena conquistata. UN LIBRO di Costanzo Gatta di quegli «scaltri filibustieri» racconta le gesta disegnando nel contempo un «Gabriele d’Annunzio uscocco», cioè «pirata» con licenza di reperire pane e companatico, quasi del tutto sconosciuto in quella veste, ma sempre «inconfondibilmente lui», ritratto nel bel mezzo di episodi, aneddoti e vicende inedite che l’autore racconta in settanta capitoletti-storie-curiosità, ognuno dei quali svela retroscena, colora le cronache del tempo con sottile ironia, rincorre i personaggi dando ai più noti giusto riconoscimento e riservando ai più strani e sconosciuti uguale elogio, visita la storia e la traduce a uso e consumo di chi abbia voglia e piacere di conoscerla e approfondirla, senza paraocchi e senza censure. Gatta racconta non tanto «Fiume, dove tutto era lecito o quasi, dal libero amore al divorzio», quanto «i tanti colpi di mano, vere storie d’avventura, che i fedeli di d’Annunzio misero a segno nell’arco di 15 mesi, per aiutare la città appena conquistata a vivere alla meno peggio». Letto e gustato il libro, resta senza risposta una domanda: il d’Annunzio che guidò i legionari alla conquista di Fiume e che con loro condivise gioie e dolori di quella terra fu furfante e ladro oppure eroe e benefattore? Verrebbe da dire: «Ai posteri l’ardua sentenza». Ma siccome i posteri siamo noi, converrà fare in modo (e leggere questo libro aiuta) di avere a disposizione materiale su cui costruire una risposta credibile. In caso contrario, continuerà a essere difficile confutare l’infelice frase – «ha lasciato Fiume come ha lasciato tutte le sue donne: in miseria» – pronunciata da Francesco Saverio Nitti, allora capo del Governo, con cui liquidava i 500 giorni di buriana che il poeta-guerriero-pirata aveva passato nella città dalmata. Può aiutare a capire l’ingarbugliata vicenda mettere le mani tra le carte. La storia dice che d’Annunzio marciò su Fiume per porre rimedio all’ingiustizia, consumata dal presidente Usa Woodrow Wilson negando all’Italia la Dalmazia già promessa col patto di Londra e che la città di Fiume fosse reclamata dagli italiani poiché abitata prevalentemente da connazionali. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Luciano Costa
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