18 novembre 2019

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26.09.2019

ITALIA VECCHIA E SENZA VITALITÀ

Culle sempre più vuote in Italia, l’ultimo rapporto  Istat segnala un ulteriore  calo della natalitàIl presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo
Culle sempre più vuote in Italia, l’ultimo rapporto Istat segnala un ulteriore calo della natalitàIl presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo

Siamo a bordo di un’auto che sta prendendo una certa velocità. La strada è scivolosa, c’è qualche pericolo, potrebbero diventare molti nel prosieguo del viaggio: bisogna rallentare. Sceglie la metafora stradale Gian Carlo Blangiardo, presidente dell’Istat, per lanciare il suo avvertimento circa gli «Scenari statistici su popolazione, salute e benessere in Italia», che ieri a Brescia sono stati oggetto del suo intervento al Moca, nell’ambito delle iniziative per il convegno nazionale «Statistica per la Salute e il Benessere», promosso da Associazione per la Statistica Applicata e Istituto Nazionale di Statistica. L’ultimo rapporto annuale Istat segnala un progressivo invecchiamento della popolazione, affiancato da un significativo calo della natalità. Se nel 1934 l’aspettativa di vita delle donne non superava i 57 anni, i nuclei familiari erano composti mediamente da 4 persone e si registrava una media statistica di 3,3 figli per donna, oggi si vive fino a 85 anni e oltre, le famiglie si sono ristrette a 2,3 componenti di media e sono solo 1,3 i figli per donna, un minimo storico mai raggiunto, se è vero che nel 2018 si è toccato il fondo della più bassa natalità di sempre. «Il mondo è cambiato e ha lasciato i segni, nell’89 abbiamo avuto il picco di ventenni, ora stiamo assistendo a quello dei cinquantenni, fra non molto avremo il picco dei settantenni: la composizione per età sta cambiando, e con questa la società stessa – riflette Blangiardo -. Siamo un Paese che ha bisogno di un’iniezione di vitalità: gli stranieri stanno dando un contributo importantissimo, ma non saranno risolutivi, perché con la permanenza nel nostro Paese tendono ad acquisire anche le nostre abitudini riproduttive e le medesime tendenze demografiche». ASSODATO che gli equilibri non saranno più gli stessi, è necessario provare a correre ai ripari, come stanno facendo alcuni Paesi europei fra cui Germania e Austria, «che si sono dati una mossa dimostrando che alzare l’asticella della natalità è qualcosa che si può fare», ricorda il presidente Istat. Anche nel nostro Paese esistono esempi virtuosi, come quello della provincia autonoma di Bolzano, che con un mix di incentivi fiscali, servizi e politiche di conciliazione è riuscita a sollevare la fecondità a 1,74 figli per donna, percentuale equiparabile a quella dei Paesi del vecchio continente con i migliori tassi di natalità. Ci sono meno bambini ma la vita si allunga, e con lei il tratto che ci è concesso di fare in buona salute, quel «valore» che gli italiani, nell’indagine sul «Benessere equo e sostenibile» mettono al primo posto, sopra tutto il resto (all’ultimo gradino relegano invece la politica e le istituzioni pubbliche). MA LA POPOLAZIONE che invecchia significa inevitabilmente anche più malattie croniche e quindi una domanda di salute e servizi che è destinata ad aumentare. «Il Servizio sanitario deve prepararsi ad accettare queste varianti, nel 2060 ci saranno 2,5 milioni di ultranovantenni, oggi sono 800 mila, crescerà la non autosufficienza, e tutto questo va messo in conto – avverte Blangiardo -. Si tratta di attivarci perché l’invecchiamento demografico non modifichi la qualità di vita del Paese: è necessario trovare nuovi equilibri, ma bisogna assolutamente farlo senza ritardi». Siamo ancora in tempo per scegliere una strada più sicura, ma bisogna avere un orizzonte globale, secondo il rettore dell’Università degli Studi di Brescia Maurizio Tira, intervenuto alla tavola rotonda. «È fondamentale disporre di dati statistici che oltre alla spesa di domani possano indicarci il costo degli investimenti da fare oggi, per invertire la rotta», afferma il rettore, convinto che investimenti virtuosi potranno farci risparmiare in prospettiva futura. La risposta, secondo Clelia di Serio, presidente Società Italiana di Biometria, sta nel data sharing, lo scambio di conoscenze che deve nascere su piattaforme condivise. Quanto alle città, secondo il sindaco di Brescia Emilio Del Bono è necessario che le decisioni politiche siano orientate non tanto alla ricerca del consenso quanto ai dati strutturali. «A Brescia, ad esempio, da qualche anno abbiamo recuperato popolazione sfondando il tetto dei 200 mila abitanti, grazie agli investimenti su una nuova vocazione della città, da industriale a polo di servizi, sanità, cultura, formazione – spiega -. Ed è significativo che a tornare sia stata soprattutto la fascia tra i 35 e i 45 anni, attratta da nuove opportunità di lavoro e da maggiori servizi». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Lisa Cesco
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