31 ottobre 2020

Cultura

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29.09.2020

«L’arresto» e Gabbia va alla ricerca di una luce

Ombre e buio. Al centro un bagliore: un piccolo cerchio di luce. Sembra una lente. Il focus? Un reticolo di sbarre, duro e chiaro, nel cuore del riquadro. È l’eloquente immagine che illustra «L’arresto», la nuova silloge poetica di Gabriele Gabbia (L’arcolaio, 55 pagine, 10 euro con il suggestivo contributo fotografico di Alessandro Gabbia). Eleganti strofe essenziali; sapienti versi dai suoni secchi e scabri, mossi da un senso «di perdita e di lutto»; dalla «consapevolezza di una scissione permanente tra il desiderio di infinità e il sentimento di esilio e di estraneità» come sottolinea Giancarlo Pontiggia nella prefazione. Chi nasce, muore. Chi vive, se ne va; va via per sempre. Il vivente - si sa - è mortale e «L’arresto» è certo. Sin dai versi d’apertura - «Defraudato nel corpo» (... e nella mente) - è esplicito il rimando alla «tragicità del vero»: il naufragio è l’ineludibile nostro «avvento». Un destino di finitezza, di «caducità esistenziale» sottolineato anche nella postfazione dal poeta e saggista Flavio Ermini (a lui il libro è dedicato). Un Pensiero Poetante - quello di Gabriele Gabbia - teso «nell’ausculto dell’andirivieni» dell’umano calvario; un arduo cammino segnato dall’ora della cenere e dalla precarietà («è dove non sei/ che stai»). Scarti e distacchi, paure e cesure sulle vie che il vento ha divise, tra tante presenze «elíse». Assenze. Vuoto. E sempre - all’orizzonte - «l’eternità aggressiva dei morti», il duro sonno della fine còlto da uno speciale sguardo che sa fissarsi, saldo, su «la fissità inquieta/ d’un nulla». Da lì scaturisce «quel modo/ di star dentro alle cose» del mondo. Tutto «tace e scompare», dice il messaggio nella bottiglia de«L’arresto». Ma, poi, molto «riprincipia»; e la Poesia di Gabriele Gabbia lo svela e rivela. •

Piera Maculotti
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