19 gennaio 2021

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11.11.2020

L’ARTE AFFRESCO DEL «BELPAESE»

Paolo Caliari detto il Veronese (1522-1588): fra i suoi capolavori «Le nozze di Cana»Anna Maria Anders
Paolo Caliari detto il Veronese (1522-1588): fra i suoi capolavori «Le nozze di Cana»Anna Maria Anders

Una storia, o meglio un romanzo sulla storia dell’arte del nostro Paese, firmato da uno dei maggiori storici italiani del Novecento, Arsenio Frugoni (1914-1970), del quale esce ora «Storia della pittura d’Italia» (Morcelliana per la collana «Parola dell’Arte», 636 pagine, 900 illustrazioni, 48 euro) a cura di Saverio Lomartire e con un’ introduzione di Chiara Frugoni. È Chiara a narrare l’origine di questo volume ricordando «che proprio tra il 1943 e il 1946» il padre scrisse questo ciclo di conferenze sulla storia dell’arte - ben 31 - articolate tra pittura, scultura e architettura, «dai tempi paleocristiani ai suoi giorni». Testi e immagini che si tradussero in minuscoli libretti pubblicati da La Scuola Editrice di Brescia. Ma quest’opera, che sembrava scomparsa, è riemersa in casa in un’unica copia cartacea - quasi un cimelio custodito e dimenticato. IL LIBRO di Arsenio Frugoni è scritto di getto, con grande intuito e passione. «Mio padre – ricorda Chiara - ha scritto in una prosa semplice e affascinante, descrivendo le immagini dal punto di vista stilistico, e al tempo stesso volgendo una grande attenzione alla personalità del pittore, alla sua vita, e al suo carattere». Nasce così un affresco pittorico e poetico di grande afflato e seduzione. Il volume si snoda attraverso 16 intensi capitoli e 900 immagini che corredano i saggi e gli interventi del grande studioso: da «La pittura dei primi dieci secoli dell’Era cristiana» alla «pittura italiana del Novecento». Ad aprire questo viaggio sono capolavori dell’arte cristiana come l’elegantissimo «Mostro marino» che orna le catacombe di Domitilla, mentre nel cimitero di Priscilla è una magnifica «Vergine orante». Poi, fra gli altri, spicca il primo genio della pittura italiana, Pietro Cavallini (1250-1330) con la sapiente e raffinata architettura dell’Annunciazione in Santa Maria in Trastevere. Nel ’300 a risaltare è Giotto con la Cappella degli Scrovegni (1303-1305). La rinascita della pittura toscana passa attraverso l’opera di Piero del Pollaiolo (Martirio di San Sebastiano), Andrea del Verrocchio e Leonardo da Vinci con lo straordinario «Battesimo di Cristo» conservato alla Galleria degli Uffizi. Ed ecco gli artisti marchigiani ed umbri del ‘400 con Gentile da Fabriano (Madonna dell’umiltà), e Luca Signorelli che sa racchiudere la «Sacra Famiglia» in un ritmo perfetto e animare drammaticamente la «Flagellazione di Gesù». A Nord sono tre scuole a dettare il passo: quella padovana con gli straordinari affreschi di Andrea Mantegna nella Chiesa degli Eremitani, purtroppo irrimediabilmente distrutti da un bombardamento aereo, ma anche con la «Crocifissione», San Sebastiano, la «Morte della Vergine» al Prado e «Cristo morto» alla Pinacoteca di Brera. E poi la scuola emiliana e lombarda con Cosmè Tura a Ferrara, Francesco Del Cossa e il bresciano Vincenzo Foppa con la «Crocifissione», e «San Girolamo nel deserto» all’Accademia Carrara di Bergamo. La pittura veneziana del ‘400 con Antonio e Bartolomeo Vivarini, Carlo Crivelli con «Madonna col Bambino» conservato al Museo di Castelvecchio di Verona, Antonello da Messina. Leonardo con Madonna del garofano, Madonna del fiore, La Vergine delle rocce. E a seguire è Raffaello e la sua scuola. Impossibile menzionare tutti i suoi capolavori. E poi Michelangelo con gli straordinari affreschi nella Cappella Sistina. È NUTRITA la pattuglia degli artisti bresciani: Gerolamo Savoldo («veneziano quel tanto che basta per assorbire luce e colori vibranti») di cui sono Natività ed Evangelista (già nella collezione Gussalli di Brescia) come il Romanino (1485-1566) con Sposalizio della Vergine (Chiesa di San Giovanni Evangelista) e lo «Sposalizio mistico di Santa Caterina», mentre di Alessandro Bonvicino detto il Moretto (1498 ca. -1544) sono l’ Incoronazione della Vergine, San Nicola presenta tre giovinetti alla Madonna e Cristo e l’angelo conservati alla Pinacoteca Tosio Martinengo. GRANDI artisti del ‘500 veneziano sono Sebastiano del Piombo, il veronese Paolo Caliari detto appunto il Veronese (1522-1588) – straordinari «Madonna col Bambino e Santi», «Adorazione dei pastori», «Le nozze di Cana» - e il Tintoretto. Il ‘600 propone fra gli altri i bolognesi Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino e il Guercino, e dalla provincia lombarda il genio Michelangelo Merisi detto il Caravaggio con «La cena di Emmaus», la «Conversione di San Paolo» e «Deposizione di Cristo». Il ‘700 con il Rococò, ma anche con le «pennellate chiare» di Pompeo Batoni e con Anton Raphael Mengs, Giambattista e Giandomenico Tiepolo, e la pattuglia dei vedutisti con Canaletto, Francesco Guardi e Bernardo Bellotto. IL NEOCLASSICISMO con Andrea Appiani e Pelagio Pelagi. Francesco Hayez, Tranquillo Cremona, il bresciano Francesco Filippini aprono il passo all’Ottocento che vede protagonisti Mosè Bianchi, Giovanni Segantini e la pattuglia dei Macchiaioli con Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Giovanni Fattori. E infine il ‘900 che si dirama tra generazioni e stili: da Massimo d’Azeglio a Francesco Podesti, Giacinto Gigante, Francesco Paolo Michetti, e Federico Zandomeneghi, che lasciano il passo alla seconda fase: da Ettore Tito a Guglielmo Ciardi, da Gaetano Previati alle velocità del futurismo di Umberto Boccioni, e alla metafisica di Carlo Carrà con una splendida «Solitudine». Ricercatore di forme e di volumi è Felice Casorati, a cui fanno da contrappunto l’anima delicata di Felice Carena e i paesaggi dal ritmo compositivo classico di Mario Sironi. E ancora tra i grandi ecco Ottone Rosai, Amedeo Modigliani, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Filippo De Pisis, e Ardengo Soffici, per uno straordinario romanzo sull’arte, espressione di uno sguardo profondo che indaga forme e segni sensibili dei nostri grandi artisti italiani. Un patrimonio che Arsenio Frugoni ha ridipinto con grande stile, intelligenza e raffinatezza. •

Enrico Gusella
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