05 agosto 2020

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16.07.2020 Tags: Libri

L’infallibile «metodo» di Conan Doyle

Sir Arthur Conan Doyle
Sir Arthur Conan Doyle

Sulla tomba di sir Arthur Conan Doyle (1859-1930) è scritto «steel true blade straight», acciaio puro lama diritta, sintesi del carattere fermo e puntiglioso del medico-scrittore nei suoi strumenti da lavoro. Nato a Edimburgo da una famiglia cattolica che lo avviò alle scuole dei gesuiti, si laureò in medicina nel 1885 seguendo le lezioni di anatomia di Joseph Bell; da lui imparò l’analisi deduttiva che gli fu più utile però nell’attività di romanziere. La sua fama è legata al leggendario detective Sherlock Holmes, assorto in geniali perizie, serioso ma non privo di humour. Leonardo Sciascia ne ha colto lo spirito dicendo che «si batte per la giustizia e contro l’errore non per ragioni morali, non per carattere sentimentale né esigenze di giustizia; è un arabesco, puro esercizio di capacità razionali da esteta, l’Oscar Wilde della criminologia». Ragione, logica, tecnica contro istinto, fantasia, casualità. Così Holmes ha insegnato l’abc ai giallisti sacralizzando il detective come colui che trova la verità per primo: «Il cervello umano, in origine, è simile a un attico vuoto che bisogna riempire con il mobilio che più ci piace. Uno sciocco vi immagazzina tutto il ciarpame in cui si imbatte, ma uno studioso accorto seleziona accuratamente ciò che immagazzina nel suo attico-cervello. Non vi metterà altro che gli strumenti che possono aiutarlo nel suo lavoro, ma di questi ha un vasto assortimento e tutti in perfetto ordine». Catalogare ogni indizio per interpretarlo fino alle prove schiaccianti: in età positivista le capacità razionali e la deduzione sono un sistema rassicurante. Il «metodo» è spiegato fin da «Uno studio in rosso» (1887) all’esordio di Holmes: «Se lei descrive una certa sequela di eventi, gli ascoltatori le diranno quali potrebbero essere le conseguenze», ma «pochi sono quelli che, venendo a conoscenza di un fatto, riescono a dedurne le circostanze che l’hanno provocato. A queste facoltà alludo parlando di ragionamento a ritroso». Doyle proseguì con altri tre romanzi, «Il segno dei quattro», «Il mastino dei Baskerville», «La valle della paura», e 56 racconti. Nel 1893 inaspettatamente si stancò della sua creatura facendola precipitare nelle cascate svizzere di Reichenbach con il professor Moriarty dopo una lotta allegorica, il razionalismo contro la filosofia astratta: l’epilogo del racconto «Il problema finale» non piacque all’editore dello Strand Magazine né ai lettori, che costrinsero l’autore a far rivivere il personaggio in nuove avventure. Ma Doyle non rinunciò a percorrere altre strade: molti racconti soprannaturali e il romanzo paleoantropologico «Il mondo perduto» (1912), in linea con la letteratura di Verne e Wells nonché con le storiche esplorazioni di Livingstone, Stanley e Burton. Il mito di Doyle si fissò comunque nel genere giallo, come lo si vede oggi dall’afflusso turistico ai suoi luoghi cari. «A Londra con Sherlock Holmes. Sulle orme del grande detective» di Enrico Franceschini, edito da Perrone, è l’ultimo saggio che omaggia l’autore, a 90 anni dalla scomparsa (7 luglio 1930): un itinerario tra la casa-museo al 221B di Baker Street e St. Bartholomew’s hospital e il laboratorio in cui Holmes conobbe il dottor Watson, fedele spalla e narratore. Quello che tutti ricordiamo nella battuta «elementare Watson!». •

Stefano Vicentini
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