14 agosto 2020

Cultura

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11.07.2020 Tags: Libri

LA CONOSCENZA BATTE LA CRISI

Antonio Calabrò è direttore della Fondazione Pirelli
Antonio Calabrò è direttore della Fondazione Pirelli

La crisi «è pericolo ma è anche opportunità. O guardi oltre o resti travolto». Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli e vicepresidente di Assolombarda, dopo una lunga esperienza di giornalista in cui si è occupato tra l’altro della guerra di mafia a Palermo, ha deciso di andare «Oltre la fragilità» nel suo nuovo libro (Egea, pp. 200, 17 euro) che è nato proprio dal titolo, nel primo giorno di lockdown per la pandemia da Covid 19. «Che cosa c’è dopo?» si è chiesto, e ha cercato i punti di forza per le nuove regole del gioco, per quei cambiamenti necessari che il Coronavirus ha accelerato. «La parola principale è conoscenza, non competenza, perché la competenza senza conoscenza critica è in qualche modo cieca. Le tecnologie usurano le competenze, cambiano rapidamente e a quel punto cosa si fa? Ci vuole la conoscenza critica per rinnovarsi. «Purtroppo siamo in un universo in cui si usano le parole con il badile. Vorrei si usassero con il laser, con il bisturi perchè la cultura delle parole è democrazia», spiega Calabrò. «È un libro di proposte di battaglia», spiega il direttore della Fondazione Pirelli, che invita a fare la scelta del «fair trade non del free trade», cioè quella del commercio solidale, «dentro un sistema di regole che tengano conto dell’ambiente e dei diritti sociali, come l’esclusione del lavoro minorile. Non quella del commercio libero dove comunque vada, l’unico obiettivo è fare soldi», dice. «Come vogliamo che sia l’Italia? Un posto che vive della sua intelligenza e intraprendenza o di sussidi? È una battaglia da fare se ci rifiutiamo, come dice Camus, “di stare dalla parte del flagello”. E io ho fiducia nella possibilità di fare una battaglia, non appartengo a una generazione di resa. Ho 70 anni, ho cominciato a fare il giornalista a 20 anni, 15 anni fa ho cambiato mestiere. La mia generazione ha la responsabilità di mettere a disposizione quello che ha imparato, anche gli errori», spiega. NEL LIBRO, in cui ogni capitolo si apre con una citazione letteraria, l’autore si sofferma su temi come Green Deal, algoritmi, fratture sociali e sfide ambiziose dell’Europa, ma tutto confluisce sull’impresa. «Stiamo molto ragionando, anche troppo, su interventi di emergenza di fronte alla crisi. Certo, è indispensabile per chi ha perso reddito e lavoro. Ma poi come costruisci le risorse per lo sviluppo? Diamo sussidi a chiunque, ma dove li prendiamo i soldi? Dobbiamo ricominciare a costruire ricchezza e l’impresa è questo. È predominante la subcultura del sussidio, invece è meglio lavorare sullo sviluppo nel lungo periodo». E aggiunge: «Il lavoro è definizione di un proprio ruolo all’interno del sistema sociale, è un pezzo di libertà. Bisogna tornare a pensare al lavoro e alla rapidità dentro il sistema delle tecnologie che vuol dire formazione e studio. Un ragazzo o una ragazza che hanno un’idea devono poterla far diventare impresa». Dice Calabrò: «Oggi il Covid ci dice: cambiate questo programma, ma il cambio non è solo economico, è culturale e di responsabilità». Ed è chiaro che in questo scenario «niente è scontato e non mi piace l’idea della rottamazione. Essere pensionati come uno scarto è un errore. Devo molto a mio nonno e ai miei vecchi professori, a tanti grandi anziani. È un pezzo di intelligenza collettiva quella che abbiamo perso con il Covid». Nel mondo futuro si dovrebbe andare, secondo Calabrò, «non verso il welfare della pensione ma della formazione, studiare tutta la vita. Puntare sull’economia della conoscenza che non è una volta per tutte». Ma non penalizzerebbe i giovani? «No perché, come abbiamo visto, la sostituzione non esiste, non è mai successo. Anzi, si crea un doppio danno facendo pesare sui giovani il debito pensionistico. I giovani meritano un intervento prioritario che non è lo scambio vecchie-nuove generazioni». LA DIREZIONE da prendere per Calabrò va verso la «continuità dell’impresa, la qualità degli investimenti pubblici non per fare lo Stato Padrone, garante dei processi economici, ma per investire in formazione, qualità della scuola, infrastrutture. Non si può fare smart working o ricerca comune internazionale senza la banda larga e il 5G. Durante la pandemia l’Europa ha dimostrato una straordinaria intelligenza comune. È vero, il welfare europeo ha tanti limiti ma quello cinese non c’è e quello americano è un disastro. Rafforziamo l’Europa. A casa nostra si muore, dentro la casa comune europea si sta nel mondo», dice Calabrò. •

Enrico Sassi
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