29 ottobre 2020

Cultura

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23.09.2020

LA DOLCE VITA D’INTELLETTO

Giacomo DebenedettiLa copertina del libro  Renata e Giacomo (davanti) con  Carlo Bo, Maria e Goffredo Bellonci
Giacomo DebenedettiLa copertina del libro Renata e Giacomo (davanti) con Carlo Bo, Maria e Goffredo Bellonci

È una storia a ritroso, che parte dalla fine. Da quel palazzo di Lungo Po Cadorna a Torino, così com’è oggi, con la facciata sulla quale una lapide ricorda che in quella casa «raccogliendo intorno a sé artisti e letterati in un fervido cenacolo di cultura» visse dal 1914 al 1937 il saggista e scrittore Giacomo Debenedetti. È la storia di un intellettuale, ma anche uno squarcio nel Novecento, il volume «La casa dalle finestre sempre accese», di Anna Folli (Neri Pozza, 2020) che la giornalista e autrice radiofonica dedica al grande critico del Novecento Debenedetti e alla moglie Renata Orengo. Con la penna snella della reporter e la profonda conoscenza di un secolo che oltre che da laceranti conflitti è stato scandito anche da una vivace storia editoriale, artistica e letteraria, Folli si addentra nel palazzo color sabbia dallo stile sabaudo sulle rive del Po, in centro a Torino. In quella casa dalle finestre sempre accese, brulicante di pittori, poeti e «divinità d’arte». E poi riprende da una sera d’inverno del 1919, al teatro Regio di Torino dove Renata e Giacomo, ancora bambini, si incontrano per la prima volta. Undici anni dopo saranno marito e moglie: il 4 dicembre 1930, in casa Orengo, quell’appartamento lungo il Po nel quale passeranno il pittore Felice Casorati, la coppia letteraria Alberto Moravia ed Elsa Morante (cui Folli per Neri Pozza ha dedicato MoranteMoravia), il poeta Aldo Palazzeschi, Piero Gobetti - per il quale Debenedetti pubblicherà (in un lavoro matto e disperatissimo) sulla rivista Il Baretti saggi su Saba e Proust - e poi Sibilla Aleramo, Maria Bellonci... Quel fulgido inizio cambia però col repentino mutare degli eventi che si ripercuotono sulla vita del critico e della sua elegante moglie che ai figli Elisa (nata nel 1933) e Antonio (1937) non racconta, alla sera, rimboccando loro le coperte, le storie di Pollicino o di Cappuccetto Rosso, ma quelle di pittori e artisti che tenevano accese le luci fino a tardi in quella casa. Poi le leggi razziali che costringono Debenedetti, nel frattempo trasferitosi con la famiglia a Roma, nel quartiere dell’ Aventino, a lavorare (allora per il cinema) sotto falso nome, essendo ebreo. Con la veronese Silvia Forti Lombroso e con Luciano Morpurgo, per primo dedicherà racconti autobiografici all’esperienza delle persecuzioni ebraiche. E ancora la guerra e - dopo l’Armistizio del 1943 e con l’entrata dei tedeschi a Roma - la vita da sfollati a Cortona. Folli, integrando il volume con una galleria fotografica della famiglia e i suoi illustri ospiti, segue gli spostamenti - geografici e professionali - di Debenedetti, la boccata d’ossigeno prodotta dalla fine della guerra, l’entusiasmo per la ricostruzione, la casa che torna salotto letterario, ma anche le disillusioni della carriera costellata di grandi riconoscimenti e forti delusioni. Inquieto e inafferrabile, «malato di troppa intelligenza», Debenedetti e la moglie, che non rinuncerà mai a seguirlo, diventano protagonisti di una storia vera, la storia di una famiglia colta, difficile, unica che diventa romanzo del Novecento. •

Maria Vittoria Adami
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