18 aprile 2019

Cultura

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21.03.2019

La Giornata della
Poesia ispira
anche Brescia

Oggi in tutto il mondo è il «World poetry day»: è il giorno di chi ha un cuore che palpita e mente vivida. Una festa per chi scrive e ama la vitaCésar Vallejo (Santiago de Chugo 1892 - Parigi 1938): artista andino della lirica dalla passion pura
Oggi in tutto il mondo è il «World poetry day»: è il giorno di chi ha un cuore che palpita e mente vivida. Una festa per chi scrive e ama la vitaCésar Vallejo (Santiago de Chugo 1892 - Parigi 1938): artista andino della lirica dalla passion pura

L’ombra della poesia tiene una forma calcificata, fina, residuo della felicità. Questa s’è festeggiata ieri, l’altra si celebra oggi, nel World poetry day. Un giorno a caso non a caso: «Sarà un giovedì, perché oggi, giovedì, che proso/ questi versi, gli omeri mi si sono messi/ male e, mai come oggi, sono tornato,/ con tutto il mio cammino, a scorgermi solo». «Petra nera su petra bianca» di César Vallejo (Santiago de Chugo 1892 - Parigi 1938) può ossificare l’effige della lirica, come profezia, come monito, come comunicazione cremata. L’Unesco sceglie il poeta andino e il suo grido consumato – «Cóndores? Me friegan los cóndores» («I condor? Mi arpionano i condor») – per il 2019: manifesto d’avida inquietudine, lotta pacatamente sensuale.

UN CAMMINO, pure. Che l’Accademia Mondiale della Poesia consacra da Verona a due ermetici ossessi. Nell’anniversario della scomparsa di Kerouac e dell’uscita del montaliano «Fuori di casa», il romanziere e il poeta ispirano il tema del viaggio – per chiunque posi lo sguardo sulla strada, su racconti minimi di spostamenti massimi, interiori. Entro il trip mentale caro alla periferia urbana, la nostra, emergono l’ansia e l’affanno di una voce bassa. «Il danno è fatto», dice Alberti Pasina. Che cerca nella scrivania di scrittore la sua poesia più «rodata», la regala. «È pura e sporcata al tempo stesso», dice l’autore bresciano all’indomani di «Von» (Giuliano Ladolfi editore), raccolta di liriche-sequoie. Il danno sta nell’aver amputato i raggi di sentimenti secolari per valutarne la purezza, datando gli anelli, spietatamente. I versi pasiniani sono marzolini, e crudeli. Congelano lo stile proprio a chi sbeffeggia il problema dell’esistere e lo equalizza a dramma trascurabile, portandolo comunque dentro. «Pochi volti mi sono familiari,/ e non riesco a trovarli», scrive. Con un cuore cieco ma munito di bocca: gengiva, denti, palato. Cuore affamato che compone davanti a una pizza ai funghi a una cola, guardando le panchine vuote di Brescia, senza voler rientrare a casa. «Mi sposto per aumentare le probabilità di riconoscere espressioni non ancora dimenticate./ Come potrei dimenticare!», continua, pedalando i suoi quarant’anni su biciclette platino. «QUI,/ vicino a me» c’è un tu diventato numero. «Testo 14» intitola il disagio personale spersonalizzandolo in una cifra poco simbolica. Pasina, amico delle parole – le sceglie, le prega, le uccide –, si ritrova nella rifrazione d’immagini spaesate, s-parlate, de-temporalizzate. «Ed ora, nel risentimento, so di poter fare pochi passi./ In quei secondi ti vedo,/ e sento che ci riconosceremo in un tempo e in uno spazio/ al di là del candore che perderai»: la lode alla speranza cieca, universale, accidentale. Sui bordi di poesie così, difficili, androgine, capire è un salto. Una fede, forse, che merita il riconoscimento per associazioni. L’autore sparge un odore, l’agro del pitosforo che sulla sera schiude boccioli insignificanti, eppur presenti, accanto a lattine arrugginite, sciupii metropolitani. Deturpazioni constatate e altresì volute, poiché il migliore degli universi possibili è soltanto il presente, porto zoppo, nemico amico.

Alessandra Tonizzo
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