20 settembre 2019

Cultura

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11.09.2019

LA RESISTENZA DELLA CIVILTÀ

Marco Lupo davanti alla libreria Luxemburg di Torino dove lavora
Marco Lupo davanti alla libreria Luxemburg di Torino dove lavora

Quando il cellulare ha squillato era con la sua compagna, Dora, in treno verso Cefalù. Il vagone, neanche a dirlo, era pieno di turisti tedeschi. Ironia della sorte, per Marco Lupo, nato nel 1982 a Heidelberg, in Germania, da immigrati tarantini, e autore di «Hamburg», vincitore del Premio Campiello per esordienti «Opera prima». La telefonata annunciava proprio il riconoscimento ottenuto: «Ho urlato felicissimo e i tedeschi, che nel frattempo avevo conosciuto, hanno chiesto perché. Ho spiegato. Ci siamo abbracciati. Un momento collettivo». Di quelli che piacciono a Lupo, membro del collettivo di autori Terranullius e libraio alla Luxemburg di Torino, professione che tradisce già nelle prime avvincenti righe di «Hamburg» che inizia proprio con un rito clandestino e collettivo: negli anni Novanta, ogni lunedì, un gruppo di sconosciuti, dalle vite più diverse, chiude dietro di sé la porta di una libreria lasciando fuori il mondo. Si incontra per leggere frammenti di libri. I lettori ascoltano e sono ascoltati, nel loro anonimato. Un giorno uno di loro propone stralci di scritti di un autore sconosciuto, M.D., scovati in una libreria. I testi trasportano il gruppo nell’universo di macerie di Amburgo, nel luglio 1943, quando la popolazione, di notte, viene travolta dai bombardamenti Alleati. Come schegge di una vetrata, quei brani ricomposti raccontano una memoria perduta, ma aprono anche il tema del rapporto tra i segni del passato e la noncuranza di chi li vede ogni giorno senza farli propri. La motivazione del Campiello definisce Hamburg un libro sulla labilità della memoria. Cos’è questa labilità? È uno strato intangibile che ci connette a tessuti umani che hanno popolato le nostre città e di cui non sappiamo nulla: non siamo in grado di immedesimarci in loro. Possiamo farlo sporadicamente, e a volte riusciamo a espandere queste macchie dalle quali filtra acqua che fa bene a tutti. Hamburg è un puzzle di frammenti di una storia che pian piano si ricompongono e rivivono. Ho occupato i vuoti della memoria non certificata dalla storiografia, attraverso storie e vite per integrare un’architettura superiore, quella del rapporto tra vittime e storia. Restituendo un racconto umano, se non universale. Una storia che non è unica, logica e sequenziale, ma restituisce la frammentarietà di corpi e di destini. Come quelli dei dissidenti tedeschi che aspettano il colpo alla nuca nel carcere di Moabit a Berlino. Sono esistiti, decisero di opporsi e ci svelano che a volte, quando l’oscurità sembra impossibile da illuminare, c’è qualcuno che dice che il giusto si oppone all’inumano. Quel qualcuno accende una luce ed è essenziale per capire il nostro tempo. Nel libro è protagonista questa «banda di lettori clandestini e resistenti». A cosa resistono? All’idiozia dell’oblio cercato; all’odio nei confronti di chi ricerca, di chi legge e studia, di chi è curioso e abbraccia le complessità che ci circondano; all’incapacità di vedere oltre lo stipendio, la serata e la tv on-line. A un tempo in cui sono in pericolo le libertà individuali. Resistono con la letteratura, l’unica forma che condividono tutti nonostante provengano da realtà diverse. La letteratura come arma di salvezza. Ovunque oggi spuntano circoli di lettura. È la necessità di coltivare il dubbio quando non capiamo ciò che non possiamo sapere e coltivarlo è resistenza all’ignoranza voluta. Dice che “si scrive per dar voce ad animali morenti”. Chi sono? Incarnano i ricordi perduti nel dna, la visione del bello e del giusto. Noi contemporanei stiamo perdendo la luce. Il fuoco si spegne se i cantori non vengono ascoltati. E come si ripara? Non credo si possa riparare. Non ho risposte. Ho scritto un libro che è un’officina di dubbi nel quale pongo una domanda: perché continuiamo a farci del male e a infliggerne? Come nasce Hamburg? Nasce da diversi ragionamenti attorno a una materia che ho iniziato ad approcciare da lettore e con le fotografie, come quelle delle carovane di siriani nel gelo serbo, scalzi e in attesa di ciotole fumanti, o come quelle di Hiroshima e Nagasaki, di Sarajevo, del Rwanda: l’umanità in carovana, in esilio cui strappano tutto e che consideriamo lontana, pur essendo vicina, e che disprezziamo. Eppure non siamo immuni dalla morte per distruzione. L’umanità è in crisi quando si dimentica di se stessa. Ho coltivato una dolce ossessione per quelle storie. Ma Hamburg nasce anche da un coro di voci, guidato da Sebald. Nato in Germania, liceo a Taranto, università in lettere a Roma, lavoro a Torino. La sua vita è stata un peregrinare, quali città porta nel cuore? Il castello distrutto dai francesi ad Heidelberg, una rovina che mi impressionava una volta illuminata dai fuochi d’artificio; le macerie del tempio di Poseidone a Taranto, ricordo dell’acropoli e di millenni passati, simboli dimenticati da un paese che non riconosce la sua bellezza; la lucidità di una città aperta alla cultura, Torino, dove ho scoperto che il lavoro culturale è una possibilità concreta. Io sono tanti pezzettini e tante città. Ed essere figlio di immigrati mi aiuta a comprendere le ragioni degli esilii e gli occhi degli altri. •

Maria Vittoria Adami
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