27 settembre 2020

Cultura

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07.08.2020

LA VITA RIFLESSA IN UN CLIC

Vivian Maier sulla copertina del romanzo edito dalla Neri PozzaFrancesca Diotallevi, 35 anniIl logo degli Aperitivi Neri Pozza
Vivian Maier sulla copertina del romanzo edito dalla Neri PozzaFrancesca Diotallevi, 35 anniIl logo degli Aperitivi Neri Pozza

La tata che scattava fotografie. La fotografa senza gloria in vita. Una donna distante, dimessa, incapace di sorridere. Eppure geniale nel suo modo di leggere la realtà. L’ha raccontata Francesca Diotallevi, scrittrice 35enne, milanese, nel romanzo edito dalla Neri Pozza «Dai tuoi occhi solamente», 208 pagine, di cui si è parlato l’altro giorno nel quinto degli Aperitivi con Neri Pozza. Diotallevi con «Dentro soffia il vento», 2016, ha vinto la sezione giovani del premio per inediti Neri Pozza, seconda edizione. È Vivian Maier (1926-2009) la protagonista di «Dai tuoi occhi solamente», rivelatasi solo nel 2007 grazie a 3 mila rullini trovati in un magazzino e alle mostre postume delle sue foto in bianconero. Francesca, come è stata catturata da Vivian che sembra una donna senza personalità? Dalle sue foto, che nel 2017 ho visto esposte a Monza. Sono foto che parlano da sole e non raccontano di una persona senza personalità, anzi: il suo sguardo è attento a cogliere i momenti di quotidianità che a noi sfuggono completamente. Vivian è stata fotografa di strada, di passanti ignari dei suoi scatti, già questo per me era intrigante. La prima biografia che ho letto mi suggeriva l’esistenza di un mistero attorno a lei: una bambinaia che era un’artista, che ha tenuto nascosta la sua passione, una fotografa che si serviva di strumenti di altissimo livello ma che non stampava nulla e non riguardava i suoi scatti. Questo mi ha spronato ad indagare. Vivian Maier vive nell’ombra ma nello steso tempo cerca flash di luce: prova un brivido all’idea che qualcuno la osservi, perfino l’uomo col binocolo che campeggia sul manifesto del cinema. Non vuole contatti, gli unici che non le fanno paura sono i bambini. Perchè? Ci sono state coincidenze incredibili durante la scrittura. Ho scelto di raccontare solo due anni di cui non si sa nulla: John Maloof che comprò per 380 dollari tutti quegli scatoloni coi rullini e si occupò di lei fino alla fine, ha ricostruito la biografia a partire dagli anni Sessanta. Prima c’è un buco nero. Ed è nel 1954 che esce il film “La finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock, sul fotoreporter che spia i vicini col teleobiettivo: mi è sembrato perfetto far incontrare Vivian col film e un altro “osservatore” nascosto. Lei amava il cinema, come provano i biglietti ritrovati insieme a scontrini, giornali dell’epoca, brochure che accumulava compulsivamente. Chi l’ha avuta in casa non sapeva nulla della sua attività, era solo la bambinaia chiusa, che usciva con la macchina al collo, che innalzava muri. Chiedeva una chiave per la sua stanza perchè nessuno potesse entrare. Solo i bambini scalfivano la sua difesa, li accettava anche se con le sue asperità. Non si è mai creata una famiglia e con la sua d’origine aveva rotto i ponti. Il romanzo risuona di una risacca tra passato e presente. C’è il dualismo franco-americano, poi giorni nella valle della Loira. Molto di quello che ho scritto l’ho ricostruito con le foto e quello che racconto della famiglia d’origine è confermato da documenti. Quando ho iniziato il romanzo non c’era molto per la verità, poi la sua vita è diventata un processo ancora in atto per riportare in luce zone mai illuminate. La sua famiglia francese era disfunzionale, con la madre aveva un rapporto complicato, di disamore, perchè la madre viveva di rabbie e inquietudini per essere stata abbandonata. Era presente nel modo sbagliato e forse questo induce Vivian ad occuparsi di bambini come tentativo di ricucire con una infanzia per lei drammatica. Nell'ossessione dell'arte vi è una via di fuga. Ma dal passato è impossibile fuggire, dice Vivian nelle ultime pagine, dopo una vita senza amore e senza perdono. Si può essere salvati dalla scrittura, dalla pittura, dall'uso della macchina fotografica? Sì, è così. Nel senso assoluto l’arte ci può salvare nella forma più pura: l’arte per l’arte, l’arte che sgorga spontanea, non usata per un fine. Si parla di passioni e ossessioni nel libro, Vivian ha tutti i tratti di disturbi compulsivi, a partire dalla maniacalità dello scatto: si serviva della Rolleiflex, sui 12 scatti consentiti la foto centrale del rullino era sempre un autoritratto. C’era dietro un importante lavoro di ricerca ma anche una passione ossessiva e se non avesse avuto la macchina fotografica, Vivian si sarebbe persa. L’arte le ha creato una via di fuga dalla realtà che non è sempre quella che vorremmo. Fare arte per se stessi significa aprire una porta ed entrare in un altro modo, diventare qualcosa d’altro rispetto alla vita di tutti i giorni. Ha lasciato un biglietto in cui si leggeva: «Ho scattato così tante fotografie per trovare il mio posto nel mondo». Il titolo del romanzo è un’altra coincidenza? Sì, amo il poeta spagnolo Pedro Salinas e una sua poesia inizia così: “Dai tuoi occhi solamente”. Mi è sembrato perfetto. •

Nicoletta Martelletto
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