14 agosto 2020

Cultura

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28.07.2020

«Le nostre giornate
bresciane citando
Benedetti Michelangeli»

In scena con Urbano Barberini per «Il giuocatore» di Carlo Goldoni. Nel cast anche Paolo Bessegato
In scena con Urbano Barberini per «Il giuocatore» di Carlo Goldoni. Nel cast anche Paolo Bessegato

Da «Il giuocatore» di Goldoni agli «Incontri del foyer», dal 2004 al 2011, con il Ctb a fare da polo creativo di riferimento. A Brescia Paolo Bessegato è stato Pantalone, con tanto di parlata veneziana, al fianco di Franca Valeri in versione Gandolfa: «Un personaggio moderno - l’ha descritto lei -, donna vecchia, cinica, sana, ricca, con delle pretese». Poi hanno dialogato in video, sempre per il pubblico bresciano, perché «quel giorno Franca non è potuta venire - ricorda l’attore e doppiatore trevigiano -. Alla registrazione di quel collegamento ha provveduto mio figlio». Bessegato, una carriera pluridecorata iniziata recitando a 16 anni, voce e volto apprezzati al cinema, a teatro, in televisione, non dimentica «il tempo piacevolissimo trascorso insieme». Com’è recitare con Franca Valeri? Una gioia: semplicemente, estremamente divertente. Nell’allestimento goldoniano di Giuseppe Patroni Griffi eravate parenti. Fratelli. Lo spettacolo durava fino a mezzanotte, ma cominciava molto prima e finiva ben dopo. Oltre la scena c’era la cena, tanto più gradevole in una città come Brescia che conosco e amo dagli anni ’80, dall’Officina Teatrale voluta da Renato Borsoni al «Tartufo» con la regìa di Mina Mezzadri. I ristoranti che tenevano aperto erano teatro di chiacchierate memorabili? Franca faceva onore alla tavola, eccome, in una compagnia che era di ragazzi eccetto me e Urbano Barberini, il protagonista. Le davo soddisfazioni: coglievo i suoi riferimenti a differenza di chi era troppo giovane per capire. Di cosa parlavate? Franca citava Charlie Chaplin, Carlo Emilio Gadda. E Arturo Benedetti Michelangeli: erano l’uno fan dell’altra. Il maestro l’adorava al punto di far ascoltare i dischi dei suoi monologhi agli allievi. Per Benedetti Michelangeli in quei vinili c’era un perfetto senso del ritmo. Franca aveva una conoscenza diretta di quei personaggi straordinari. Come Alberto Arbasino, che voleva convincere Gadda a scrivere una commedia per lei e allo scopo organizzò un pranzo a tre. Come finì? Gadda se ne uscì con una battuta riportata poi da Arbasino in un libro: «Preferisce che scriva un dramma comico melanconico, comico pastorale, o...» e via con l’elenco di ogni genere teatrale. Un bel modo di glissare. La classe d’un tempo. Quella di Franca sul palco: sempre generosa, affabile, pronta a incoraggiare i colleghi, ad aiutare i più giovani. Una compagna di scena deliziosa, inimitabile: suprema ironia, scrittura geniale. «Il segno di Venere» era strepitosa farina del suo sacco: il produttore Carlo Ponti propose al suo fianco Sofia Loren che era «troppa» per essere sua sorella come da copione e allora diventarono cugine. Fu la prima regìa di Dino Risi, affiancato e amichevolmente guidato da Vittorio De Sica che era fra gli interpreti e a Franca voleva tanto bene. •

G.P.L.
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