16 giugno 2019

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13.01.2019

EUROPA ANNO ZERO

Lo storico Emilio GentileI soldati italiani in marcia festeggiano la fine della Grande guerra
Lo storico Emilio GentileI soldati italiani in marcia festeggiano la fine della Grande guerra

Stefano Biguzzi Per rendersi conto di quale sia l’alternativa all’unificazione del nostro continente basta visitare uno dei tanti sacrari dove riposano gli europei caduti a decine di milioni in due guerre mondiali. Questa elementare verità, evocata qualche tempo fa dal tanto vituperato Jean Claude Juncker, è ben presente nelle menti di chi abbia un minimo di frequentazione con la storia e andrebbe quotidianamente rammentata ai piccoli apprendisti stregoni del sovranismo sciovinista, ansiosi di riportare indietro le lancette al tempo in cui maturarono i prodromi del secolo di ferro e di sangue. Un ottimo antidoto a queste pulsioni, o quantomeno un utile promemoria su dove possano condurre, è l’ultimo bellissimo saggio firmato da Emilio Gentile, storico di levatura internazionale e maestro nel coniugare lo straordinario livello scientifico con una rara capacità comunicativa. «Ascesa e declino dell’Europa nel mondo 1898-1918» (Garzanti, pp. 460, 22 euro) è infatti un poderoso affresco dell’apogeo raggiunto dalla civiltà europea dopo secoli di espansione e dei vent’anni nei quali il trionfo si mutò in catastrofe avviando il percorso di una decadenza che solo l’immersione nel presente ci impedisce di cogliere in tutta la sua gravità; un po’ come la morte di Marc’Aurelio che nelle prime scene del Gladiatore sembra evocare l’imminente tramonto di Roma quando invece da quell’evento alla caduta dell’impero sarebbero trascorsi ancora tre secoli. La lettura di Gentile ci fa immediatamente uscire da qualsivoglia illusione ottica rivelando quanto siamo immersi nell’equivalente di quei tre secoli e quanto per percepirlo, e magari trovare gli strumenti per tentare di reagire, sia fondamentale conoscere il passato senza infingimenti o subdole distorsioni. L’Europa del 1914, descritta in pagine che si divorano come quelle di un romanzo, dominava l’ottantacinque per cento delle terre emerse ed era un vero e proprio impero sintetizzato dall’autore nel concetto di «mondialità europea», ovvero di una «supremazia militare, politica, economica, culturale che una collettività umana esercita su altre popolazioni del pianeta, legittimandola con la convinzione di essere una civiltà universale, desinata a modellare e a guidare l’intera umanità». Questo fenomeno, senza precedenti per portata e diffusione, viene preso in esame e messo in connessione con il suo elemento generatore, ovvero la modernità trionfante, modernità economica, con tutte le sue conseguenze a livello di espansione commerciale e demografica (dal 1800 al 1900 gli europei raddoppiano di numero), di sviluppo scientifico, di trasporti e comunicazioni più veloci, di miglior igiene e alimentazione, ma anche modernità politica, ovvero nascita di stati nazionali laici, centralisti, razionalmente burocratizzati, con un’istruzione pubblica organizzata e masse di sudditi passivi trasformati progressivamente in liberi cittadini ai quali sono riconosciuti diritti e doveri e che vengono chiamati ad esprimersi sull’azione dei loro governi. Sotto la lucente facciata di questa Europa, rigogliosa di fermenti culturali e incarnazione di uno «spirito dell’Occidente» che «munito di armi e di scienza soggioga il mondo» (Ranke), si muovevano però, più o meno visibili, tutte le forze che avrebbero portato all’implosione di quel luminosissimo astro: gara tra opposti imperialismi, patriottismo degenerato in nazionalismo, corsa agli armamenti, sfruttamento spietato dei possedimenti coloniali, razzismo nelle sue svariate connotazioni, fastidio per la democrazia parlamentare, tendenze rivoluzionarie di sinistra e di destra coniugate con pulsioni autoritarie, il tutto nel segno di quell’arruolamento ideologico delle masse che sarà il brodo di coltura per i totalitarismi novecenteschi. Il trionfo di queste forze sulle «magnifiche sorti e progressive» dell’Europa, fino all’apocalisse della guerra, alla scommessa persa di una pace giusta, al sorgere di potenze alternative, come quella americana e sovietica, è reso con grande efficacia e senza mai cadere nella tentazione di un senno del poi che l’argomento offrirebbe ad ogni piè sospinto. Al contrario, Gentile non manca di richiamare le analisi che in tempo reale, se solo si fosse voluto ascoltarle, mettevano in guardia sul tragico finale a cui era destinato un ipertrofico sviluppo imbevuto di aggressività e marcato ancora da troppe ingiustizie. Due nomi su tutti: Alfred Russel Wallace che nel 1898, illustrando i «mirabili successi» del «secolo meraviglioso», ne denunciava anche gli «sconvolgenti fallimenti» richiamando l’attenzione sul sistematico saccheggio del pianeta e delle sue risorse naturali, sull’«enorme continua crescita» della ricchezza di pochi, sul «deterioramento morale e fisico» dei ceti popolari, sul pericolo rappresentato dalla «crescita continua degli eserciti, forniti di armi sempre più micidiali»; e Jan Gotlib Bloch, autore sempre nel 1898 del monumentale studio «La guerra futura» che descriveva nel dettaglio e con incredibile, profetica precisione il massacro in cui si sarebbe subito mutato un prossimo conflitto, un’opera che malauguratamente sarebbe stata letta da tutti fuorché dalle gerarchie militari ottusamente convinte di preparare un conflitto rapido e indolore, tutto mulinar di sciabole e bandiere al vento. Non si può infine fare a meno di rilevare come, per un curioso gioco di specchi, questo libro sulla decadenza dell’Europa sia anche di fatto un libro che dimostra implicitamente la decadenza di una storiografia sempre più persa nella puntigliosa raccolta di dettagli e sempre meno capace di levarsi alle quote prospettiche dalle quali Gentile sa spaziare su eventi e personaggi identificando e rendendo leggibili le grandi linee di continuità o di frattura e le direttrici politiche, economiche e culturali della nostra storia. Speriamo dunque in tempi migliori. Anzi no, cerchiamo di costruirli. •

Stefano Biguzzi
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