05 giugno 2020

Cultura

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02.02.2020

Il cinema dei Papi: quando il Vaticano giudicava i film

C’è stato un tempo in cui, all’uscita dei film al cinema, la Santa Sede scendeva in campo per giudicare la conformità delle trame ai principi cristiani, mettendole spesso alla berlina nelle riviste ecclesiastiche. L’azione pedagogica già negli anni ’30 si irradiava nell’orbe cattolico fino a Hollywood, qui tramite la Legion of Decency, organo che esercitava una certa influenza sulle produzioni. Agli anni dello stretto rapporto tra chiesa e cinematografia monsignor Dario Edoardo Viganò ha dedicato il saggio «Il cinema dei Papi» (Marietti 1820, pp. 177, 13 euro) che esplora documenti dell’Archivio Vaticano in gran parte inediti. Tra i papati di Pio XII e Giovanni XXIII, il controllo sui mass media fu massiccio e talvolta aggressivo. Anticipate dal Centro Cattolico Cinematografico e dalla Vigilanti Cura, l’enciclica di papa Pio XI che rappresenta la magna charta del cinema per i cattolici, negli anni ’40-’50 proliferarono specifiche organizzazioni: nel 1944 l’Ente dello Spettacolo, nel ‘48 la Pontificia Commissione per la cinematografia didattica e religiosa, nel ‘49 l’Associazione Cattolica Esercenti Cinema (Acec), nel ‘52 la nuova Pontificia Commissione per la cinematografia, nel ‘59 la Filmoteca Vaticana. La Chiesa rispondeva alla comunicazione di massa comprendendone il potenziale persuasivo: adottava però la prudenza, una «doppia pedagogia» in equilibrio tra ammonimento e incoraggiamento dei media. Non mancarono certo polemiche e censure: non piacevano i film di ispirazione protestante o sovietici, ma nemmeno alcune provocazioni dell’avanguardia. Il Vaticano preparò il terreno della nuova pastorale affidandosi a personalità come Giovanni Battista Montini, Martin J. O’Connor, Albino Galletto, e chiedendo il sostegno delle associazioni cattoliche mondiali; allora proliferarono le sale cinema parrocchiali e i giornali cattolici. Eugenio Pacelli, che resse il Papato dal 1939 per 19 anni, ma aveva già molto viaggiato prima di diventare Pio XII, avviò l’archiviazione dei propri fotogrammi e discorsi tanto da esser noto come «il papa del cinematografo, della radio e della televisione». Ancor più attivo fu Angelo Roncalli, fin da giovane attento al cinema: divenuto papa Giovanni XXIII nel 1958, aprì una nuova epoca in cui non si distinguevano più i film buoni dai cattivi. Non è un caso l’omaggio che gli fecero Pasolini con «Il Vangelo secondo Matteo» e Olmi con «E venne un uomo». Nel rinnovamento del Concilio Vaticano II il cardinale Joseph Gray scrisse che «la Chiesa non vede più spuntare dalle colonne del quotidiano o dallo schermo del cinematografo il diavolo. Al contrario, decreta gli strumenti della comunicazione sociale come doni di Dio». Verso fine anni Sessanta pure Hollywood si aprì alla nuova mentalità: dai kolossal per la famiglia «Tutti insieme appassionatamente» e «La Bibbia» ai film per i giovani come «Il laureato» e «Easy Rider». Inoltre le major statunitensi adoravano il cinema italiano di Fellini, Visconti, De Sica, Leone, Risi, Monicelli, al punto da trasferirsi a Roma negli anni della Dolce Vita. Un punto d’arrivo delle novità fu l’istituzione della Filmoteca Vaticana, di cui ricorrono i 60 anni: l’archivio è il principale centro di documentazione filmica dei pontificati novecenteschi. •

Stefano Vicentini
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