16 settembre 2019

Cultura

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13.03.2019

L’EUROPEISTA BRITANNICO

Il primo ministro britannico Winston Churchill (1874-1965)
Il primo ministro britannico Winston Churchill (1874-1965)

Alla riscoperta dell’Europa - nata dalle lacerazioni del Vecchio continente come vessillo di pace - attraverso la figura di Churchill e con il filtro ironico del drammaturgo, attore e speaker radiofonico. Carlo Gabardini, nel suo «Churchill, il vizio della democrazia» (Rizzoli, 2019), affronta, in chiave brillante e rispolverando niente meno che il primo ministro inglese di metà ’900, la crisi dei valori dell’Europa di oggi. Ma non è passatismo, quanto piuttosto uno sprone al non piangersi addosso, ad agire per custodire l’eredità di pace e unione (passata per due guerre e milioni di morti) che ci è stata consegnata. Partito dalla proposta fattagli di scrivere una pièce teatrale su Churchill, Gabardini apre il suo libro proprio con la domanda: perché parlare di lui? La prima risposta è stata lo spettacolo «Winston vs Churchill», con Giuseppe Battiston e Maria Roveran. Poi è arrivato il libro, frutto di attenti studi della letteratura attorno a una figura storica che ha regalato ai posteri molti virgolettati «oro per chi scrive per il teatro», spiega Gabardini. «Oggi viene spiegato poco che il motivo per unire l’Europa dopo la seconda guerra mondiale era la pace. Si voleva evitare una terza guerra. Churchill ne era convinto ed era un europeista in questo senso. Credo che se lo ricordassimo anche noi saremmo più indulgenti e comprensivi su ciò che accade a Bruxelles», continua in un richiamo alla presa di coscienza del nostro essere Europa: «Non va tutto bene, vero, ma bisogna essere fieri di essere europei. Siamo stati culla della cultura e dobbiamo recuperare l'orgoglio di cosa siamo e come siamo nati». Gabardini non vuole dare una nuova luce a Churchill, ma «sfruttarne il pensiero per risolvere i problemi del 2019». «Churchill non è un santo. Era esagerato, ipocondriaco, beveva e fumava. Ma è un uomo ancora attuale che ci fa capire di prendere la nostra vita in mano e guardare oltre il nostro orticello. Mi piace un suo discorso in cui disse di non essere stato coraggioso, ma di aver fatto scoprire coraggiosi gli altri. Salvò l’Europa da Hitler rifiutando di stipulare la pace con lui. In lui fu più forte il sentimento europeista dell’egoismo nazionale. Come abbiamo fatto a dimenticarci così presto di questi uomini che hanno combattuto per l’Europa?». L’Europa, dunque, per mutuare Churchill, ha il cuore di leone cui dobbiamo dare il ruggito, «quasi a dire, per rubare le parole di D'Azeglio che fatta l’Europa si facciano gli europei», spiega Gabardini che continua: «Churchill l’aveva previsto negli anni Cinquanta: occorre unire l’Europa dal punto di vista culturale perché è fatta di Stati diversi ma totalmente accomunati, ma la guerra e i milioni di morti garantiscono solo una manciata di anni per arrivarci». Perché poi ci si dimentica, e si arriva infatti all’oggi. Dalla crisi dei valori dell’Europa l’autore passa alla crisi politica. Ma mai con sfiducia: «La politica è arte del rendere possibile, è indispensabile ed è pericoloso svilirne il ruolo e dire che fa solo schifo». Da qui la bellissima frase di Piersanti Mattarella in apertura del libro che richiama gli onesti a impegnarsi per cambiare le cose e che fa eco alle sagge indicazioni di Churchill all’io narrante: «Il potere del singolo può diventare incredibile, quando comprende che ha intorno a sé miliardi di possibili alleati, tutti gli altri uomini e donne, cittadini del mondo». E la democrazia? «Se è vero che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora, è allora bene che intanto diventi un vizio, nella speranza che sia difficilissimo poi smettere». Il volume si snoda su più livelli, concatenati tra loro in chiave ironica: la storia di Churchill velata di giallo; la sfera personale dell’autore, simile alle tante vite di oggi («Churchill modifica la mia vita privata, ora mi influenza nelle scelte»); l’attualità dell’io narrante che si porta a spasso il primo ministro commentando con lui la realtà. Churchill la guarda con soddisfazione fino alla telefonata finale: «Gli racconto che l’Europa è unita e lui è felice, ma gli spiego che non va così bene. Mi chiede il perché: “C’è la guerra?” Gli dico di no, e lui “Allora va tutto bene, lavori anche lei per l’Europa”. Poi gli racconto della Brexit e lì cade la linea». •

Maria Vittoria Adami
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