14 dicembre 2019

Cultura

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06.03.2019

L’UMANITÀ IN UNA FOTO

Mehmet Çiplak, il primo poliziotto intervenuto per recuperare i corpi, con in braccio Alan
Mehmet Çiplak, il primo poliziotto intervenuto per recuperare i corpi, con in braccio Alan

Una immagine straziante. Che ha fatto il giro del mondo. Non potremo dimenticare Alan Kurdi, il bambino curdo-siriano di tre anni annegato in mare e finito sulla spiaggia di Bodrum, nell’estate 2015. Era in fuga dal suo Paese in guerra, su un gommone sgangherato che ha ceduto: il padre non è riuscito a salvare nè la moglie nè l’altro figlio. Anche Alan gli è sfuggito di mano mentre nuotava disperatamente verso la riva. Nilüfer Demir è la fotoreporter di Smirne che ha scattato la foto, rilanciata in modo esponenziale dai social e divenuta simbolo della crisi umanitaria legata all’immigrazione. Continuiamo a ritrovarla in vari angoli d’Europa riprodotta da artisti e installazioni, l’abbiamo rivista in corpi di sabbia vestiti di rosso e blu su tante spiagge a ricordare i naufragi nel Mare Nostrum. Quella foto, insieme alla sequenza del poliziotto che raccoglie il piccolo, è stata a lungo sulla scrivania di Fausto Colombo, ordinario di Teoria e tecniche dei media alla Facoltà di scienze politiche e sociali della Cattolica di Milano. Fino alla decisione di scriverci sopra un saggio, delicato ma rigoroso, uscito per Vita e Pensiero, col titolo Imago Pietatis. Indagine su fotografia e compassione, 120 pagine. Professore, perchè quella immagine ha sprigionato tanta potenza? All’inizio del 2016 ho cominciato a condurre delle lezioni attorno a quelle immagini, ne ho parlato anche in lezioni in università europee e in diverse occasioni ho raccolto reazioni e suggestioni, che mi sono state utili nella scrittura. Quella foto mette assieme molte cose: condensa la sofferenza dei migranti, ricordiamo che dalla crisi mediterranea iniziata negli anni Novanta sono morte 30 mila persone in mare. Secondo: quel bambino vestito all’occidentale e con la pelle chiara ha fatto breccia nell’opinione pubblica perchè ognuno l’ha sentito come proprio, non c’era nulla di esotico in quella foto. Terzo: la foto della cosa più brutta può essere una bella foto. Quella di Alan è una storia: ricostruirla l’ha fatta entrare in forte empatia con la sua vicenda? Sì, quando ho iniziato a lavorarci pensavo al bambino, alla sua famiglia. Poi mi sono reso conto del valore del gesto del poliziotto che lo prende in braccio: è un gesto di pietà che suggerisce l’immedesimazione caritatevole e ci ricorda che la pietà ci rende migliori, l’egoismo ci rende peggiori. Quel bimbo spalanca cioè una porta nella nostra comprensione e rende concreti fenomeni astratti che entrano nella storia individuale di ciascuno. Lo scrivo alla fine del libro: possiamo sentire quell’empatia o possiamo rifiutarla, possiamo guardare gli altri dietro il muro dei nostri egoismi, possiamo pensare che il dolore degli altri non ci riguarda. E possiamo in alternativa recuperare la nostra umanità. Cosa succede davanti ad una foto “forte“? Si produce uno choc che induce a fare qualcosa. Ci spinge a commentare. In questo senso i social sono una tribuna utile e ci fanno sentire meno soli nel processo di analisi. Ha agito così quella corrispondente dal Libano del Washington Post che ha diramato la foto della collega turca: in quelle zone hanno un modo diverso di raccontare i migranti e condividono moltissimo. E da un tweet si è scatenata quella che chiamo “la tempesta di fuoco“. Relativamente alla qualità, questa immagine è divenuta un’icona che non vuole morire a distanza di tempo. L’ho trovata di recente affiancata a quella altrettanto nota di un altro bimbo sporco e ferito caricato su un’ambulanza, con la scritta “se partiamo, se restiamo”. Come la fotografia ha cambiato l’informazione? In modo radicale. La foto gioca col tempo, blocca un istante della nostra vita, mentre la narrazione ricostruisce un flusso temporale. Nel caso della morte la foto è estremamente efficace. Inoltre l’immagine ci avvicina alla realtà, il reportage ce la porta vicino e crea un triangolazione: incrocia la storia di chi è fotografato con quella del fotografo, di fronte a noi che siamo i terzi, gli spettatori. Alcune foto diventano simbolo di un evento, lo sintetizzano e tanto più sono emotive tanto più restano nella nostra memoria: la bambina fotografata da Nick Ut ci evoca il Vietnam, il bonzo che brucia il dramma della Cambogia, Jackie accucciata sull’auto è l’assassinio di Kennedy. La reazione da emotiva diventa azione, ma quando? Una foto può dividere e può produrre identificazione. Il campione catalano che dopo aver visto Alan sceglie di imbarcarsi sulla navi che aiutano i migranti è un esempio di reazione non solo emotiva. In realtà tutti siamo provocati, a meno che non liquidiamo la vicenda con un “ma è una foto finta” attuando una difesa preventiva. Io stesso mi sono chiesto cosa fare: ho scritto il saggio e i diritti d’autore vanno ad una ong che si occupa di bambini. La compassione, da lei evocata, non è un argomento da credenti? La compassione è una parola bellissima, in lingua boema significa gioire ma anche soffrire con. E’ un atteggiamento che ci fa sentire parte dell’umanità, ma che ha anche una chiave politica dalla Seconda guerra mondiale in poi quando abbiamo iniziato a parlare di diritti universali: abbiamo diritti perchè siamo umani, non possiamo rinunciare alla nostra umanità e chiuderci nella nostra comunità ristretta, come spingerebbero i sovranismi. Dappertutto le persone soffrono nello stesso modo. La compassione è un argomento umano oltre che religioso ma rinunciarci diventa un tema politico. •

Nicoletta Martelletto
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