25 giugno 2019

Cultura

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29.03.2016

Luce e tenebra nel «giardino conteso»

Questo nuovo libro di Flavio Ermini intitolato «Il giardino conteso», sottotitolo «L’essere e l’ingannevole apparire» (Moretti e Vitali, pp. 236, 18 euro) è – o dovrebbe essere – un saggio di filosofia e/o di estetica. Dico «dovrebbe» perché, se certamente si tratta di un discorso teso, problematico, profondo e appassionato sui grandi temi dell’essere e della parola in cui l’essere si dice tra il rigore della mente armata di razionalità e una fantasia protesa agli incanti dei suoni e delle immagini, resta che il lettore con fatica distingue qui un volto diverso, specificamente saggistico, rispetto al volto di Ermini poeta: il poeta che in tanti suoi libri di versi ha puntato a nascondere nell’ombra i significati perché in una luce più intensa splendessero i significanti, rivendicando quasi – secondo quanto suggerisce il titolo della rivista «Anterem» che egli fondò 40 anni fa con Silvano Martini – un primato della parola sulla cosa. Ma forse è oziosa la distinzione tra poeta e saggista; forse ogni linguaggio può toccare la sostanza delle cose, se sulle cose abbiamo un nucleo forte di pensiero.

E certo Ermini ce l’ha. Per avvicinarci ad esso, proviamo a cogliere un indizio importante: i nomi degli autori ai quali Ermini - o con citazioni in epigrafe alle sei parti in cui articola il suo discorso, o con riferimenti inseriti nel corpo del discorso stesso - si riferisce quasi come a testimoni portati a sostegno delle sue riflessioni: si va dai filosofi presocratici ai grandi romantici tedeschi, poeti della notte e dell’abisso come Novalis e Holderlin, agli espressionisti e ai simbolisti orfici come Trakl e Rilke. Di qui una visione dominata da una specie di nostalgia della luce assoluta dell’essere parmenideo guardato dalla tenebra ingannevole dell’esserci, dell’esistere con le sue ingannevoli apparenze; ma anche la consapevolezza che l’origine è nell’indistinto di Anassimandro, nella selva oscura in cui non c’è precisione di lingua articolata che dica le cose. E allora, il dibattersi inevitabile dell’uomo tra essere e apparire, tra luce e tenebra quasi come in una terra della contraddizione e del conflitto (il «giardino conteso» del titolo) trova il suo approdo nel punto in cui i due termini del contrasto si fondono nella creazione della bellezza, ossia nell’arcano incantamento della parola poetica.G.G.

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