17 gennaio 2020

Cultura

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13.01.2020

NEL CREPUSCOLO DI UN MONDO VERO

Francesco Guccini nella sua casa di Pàvana, frazione del comune di Sambuca Pistoiese in Toscana
Francesco Guccini nella sua casa di Pàvana, frazione del comune di Sambuca Pistoiese in Toscana

«Era gente che hai visto discutere se fosse miglior poeta Tasso o Ariosto, che improvvisava di poesia in ottava rima, che portava nella cassetta di legno con un po’ di biancheria di ricambio, quando andava alla macchia a fare il carbone di legna o a fare il minatore di galleria, l’Inferno di Dante, o la Gerusalemme, o l’Orlando. Molte donne avevano un repertorio sterminato di canti e favole, imparati fin da bambine dalle mamme, che a loro volta le avevano imparate dalle nonne. Era una civiltà e una cultura parallela a quella ufficiale, che però tutti possedevano pienamente. Oggi questa civiltà non esiste più, nel calderone del moderno. Di quella gente, di quella lingua è rimasto solo il ricordo». È un Francesco Guccini che sorprende quello che pagina dopo pagina si ritrova attraverso la vita della sua Pàvana raccontata nel libro «Tralummescuro - Ballata per un paese al tramonto» (Giunti Editore). Per il suo racconto ha scelto il dialetto pavanese, accompagnando il testo con sessanta pagine di «dizionario» per aiutare il lettore a decodificare nomi ed espressioni in tutta la loro ricchezza. Un dialetto povero, «di gente povera», che «ti fasciava, ti avvolgeva» e che era «segno di appartenenza a una comunità». Non ha magari espresso un Carlo Porta o un Trilussa, ma aveva la forza di un linguaggio ancorato alla realtà che l’appiattimento e l’impoverimento linguistico di oggi sembrano aver definitivamente consegnato all’oblìo del tempo senza accorgersi di aver insieme perso la sostanza di un modo di vita che nella sua semplicità esprimeva un significato che sapeva tenere insieme persone e cose. OGGI di questa Pàvana, piccolo borgo appenninico fra Emilia e Toscana che Guccini non ha mai lasciato, sopravvive poco o nulla. «È cambiata una civiltà», scrive. E le immagini valgono più di mille ragionamenti o analisi. «Oggi quelle vie non le frequenta più nessuno, si va solo con le macchine». La vegetazione «soffoca i lastricati di pietre», i muretti a secco crollano, soprattutto non si sentono più «voci d’animali e d’uomini». Il paese è quasi disabitato, ma il libro ha il merito di proiettare il lettore dentro un passato che eppure sembra aver qualcosa da dire a noi che viviamo oggi. Non c’è nostalgia, ma tra malinconia e ironia ci sono sprazzi di un mondo vero che ha la faccia di personaggi unici. Non è la prima volta che Guccini si misura con la scrittura. Prima nel 1989 con «Croniche Epafaniche» e poi con «Vacca d’un cane» e «Cittanova blues» aveva proposto un trittico di romanzi autobiografici che oggi trovano in «Tralummescuro» il loro ideale compimento. La trasformazione di questo paese al tramonto ha investito tutto, dalle case alle piante, dagli animali agli uomini. Così polli e conigli non se ne vedono più, e la volpe che ne faceva razzia deve accontentarsi di piccole prede: «Oggi si aggira da mendicante, vicino ai cassonetti del patume per rasparci dentro, come i poveri senzatetto, e trovarci qualcosa di commestibile». Non come una volta «quando di mangiabile da buttar via c’era ‘na beata semplice» (che il glossario dal pavanese all’italiano definisce metafora con mutazione subterminale di sega). Anche gli ircocervi sono scomparsi mentre di «stròzghi» ( il pruno selvatico i cui frutti strozzano nel senso che legano la bocca) non se ne vedono quasi più. E i vecchi mestieri? Spariti, «si va via di supermercati e basta, altro che balle». Ma del resto «camperebbe oggi un sarto o un calzolaio, o un fornaio, o un falegname? Forse, ma di poco, come di poco si viveva ’na volta. Altri tempi, altra gente». LA SCUOLA è il prototipo della fine di un mondo. I tempi quando si insegnava a leggere, scrivere e far di conto magari con qualche bacchettata sulle dita sono un ricordo lontano, mentre adesso guai a sfiorare un alunno con un dito. Gli insegnanti erano rispettati mentre oggi, sottolinea amaro Guccini, «qualunque scalzacane si ritiene materialmente e moralmente superiore». E così non si osi rimbrottare i ragazzi che vivono «imbalsamati, con mamme premurose» pronte a distruggere quotidianamente «ogni batterio, ogni germe, ogni allergene annidato nei vestiti, ogni ostacolo che si para davanti». PURTROPPO la vecchia cultura contadina non è stata sostituita da un’altra cultura. Lo spazio vuoto è stato occupato dalla televisione con le sue trasmissioni «trucide che formano le opinioni e le coscienze» e diffondono paura. «Anche la Chiesa si è svuotata», aggiunge Guccini. Don Quinto che nel 1948 malediva i comunisti per poi, anni dopo, diventare sostenitore del centrosinistra, è stato rimpiazzato da preti congolesi o polacchi. La sensazione di essere un po’ dei sopravvissuti c’è. «Ti vien da pensare che sei uno degli ultimi che ha conosciuto gente dell’Ottocento, gente che era nata due secoli fa», in un mondo completamente diverso senza acqua corrente, luce, macchine, internet «o quei troiài-i lì». Nessun elogio del tempo che fu, ma la consapevolezza chiara che la cosiddetta modernità non ha portato la felicità che prometteva. Anzi, qualcosa si è perso insieme alle serenate all’innamorata in attesa che apparisse sul verone, e al Gesù bambino che portava gli scarsi doni natalizi (un mandarino e qualche fico secco), sostituito da un ingombrante Babbo Natale. «Semplici cose, ma forse allora eravamo meno infelici». Intanto l’ondata di quelli nati negli anni Quaranta (Guccini è del 1940) comincia ad assottigliarsi dopo quelli degli anni Venti e Trenta (che «cròdano come le castagne d’autunno») «e s’è già tutti sulla pista di lancio, pronti a partire». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Piergiorgio Chiarini
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