24 settembre 2020

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14.03.2020 Tags: Libri

SCHEGGE DI GIALLO CON CASAMASSIMA

Lo scrittore e saggista Pino Casamassima:  «Legami criminali» è il suo quarto romanzo
Lo scrittore e saggista Pino Casamassima: «Legami criminali» è il suo quarto romanzo

Marco Tiraboschi «La parte del romanzo che racconta le azioni di un commando delle Brigate Rosse, è un mostro costruito attorno a vari episodi realmente accaduti. Ad esempio il rapimento di Roscovich è ispirato a quello di Dozier nel 1981, a quel modus operandi». Così Pino Casamassima risponde alla richiesta di delucidazioni sulle fonti d’ispirazione per alcuni passaggi del suo nuovo romanzo, «Legami criminali», da poco pubblicato per i tipi di Armando Editore. LA VOCE RUVIDA al telefono racconta una serie di aneddoti sulla nascita del libro: «Ho rielaborato materiale preesistente, nello specifico “Black 15 den“, il mio primo romanzo, pubblicato nel 2004; romanzo “incompiuto“ del quale non sono mai stato completamente soddisfatto. “Legami criminali“ ha lo stesso cuore, ma una testa e una coda nuovi e una frammentazione in brevi capitoli che danno un ritmo differente». Ma chi è Pino Casamassima? Saggista, ha all’attivo 40 volumi pubblicati per importanti case editrici come Sperling & Kupfer, Newton Compton, Rizzoli e Laterza, come giornalista ha lavorato per Bresciaoggi e Il Giornale di Brescia, ha poi scritto per L’Indipendente, Il Manifesto, Il Resto del Carlino, Il Giorno e La Nazione. Attualmente scrive per Il Corriere della Sera, Focus Storia, BBC History e collabora con i network Americani CBS e History Channel. Ha scritto anche numerosi testi teatrali e romanzi; «Legami criminali» è il quarto pubblicato. La vicenda inizia nel 1971, si sviluppa nel 1998 e, in una morbida circolarità, si conclude tornando al ’71, cercando forse quel compimento che non aveva trovato nella prima edizione. Gli elementi forti del libro, che ha caratteristiche vicine al genere thriller o al più nostrano giallo, sono quelli strutturali e stilistici. Una frantumazione del racconto in diversi sotto racconti apparentemente slegati tra loro, che nel lento dipanarsi sviluppano quei «legami», citati nel titolo, capaci di dare una convincente coerenza alla storia. In questo modo una serie di delitti internazionali compiuti dalla stessa mano, l’azione terroristica di una banda armata, l’omicidio di un anziano sulle colline del lago di Garda e le vicende apparentemente marginali dei redattori di un quotidiano, danno forma a un affascinante affresco moderno, di fronte al quale, indietreggiando nello spazio di un ipotetico tempio consacrato all’umanità in decadenza, ci allontaniamo dalle singole rappresentazioni riuscendo a scorgerne la forza dell’insieme. «L’IMPORTANTE oggi è lavorare sulla struttura, dopo che c’è stato Dostoevskij cos’altro si può scrivere in quel modo? Bisogna cercare diverse forme di scrittura, far diventare la forma contenuto, cercare il proprio linguaggio». In questo spazio strutturale Casamassima gioca con le regole del giallo, anche cinematografico. La definizione di «giallo» deriva dalla serie di libri pubblicati da Mondadori a partire dagli anni ’30, libri caratterizzati da copertine di quel colore. Il termine è stato poi ripreso nel cinema a partire dalla fine degli anni ’60, con quello che è stato definito «giallo all’italiana». Questo riprendeva alcuni vecchi cliché letterari mescolati con le tendenze del momento: spregiudicatezza post sessantottina, moda, emancipazione femminile e la musica jazz/funk di Umiliani o Morricone. In quegli anni i volti di Florinda Bolkan, Edwige Fenech, Jean Soreil o Gian Maria Volontè divengono nuove e longeve icone. Nel lavoro di Casamassima non mancano i riferimenti al genere: infedeltà, bambini traumatizzati, ossessioni, reporter investigatori, sesso e violenza in abbondanza ma sempre con una dose di ironia e senso del grottesco. «Questo libro lavora su tre differenti piani di scrittura: quello memorialistico, quello cronachistico e quello grottesco». Alla domanda su quali siano i suoi riferimenti culturali, l’autore cita Elio Petri, Kubrick, Bertolucci, Bellocchio, poi la musica e la cultura degli anni ’70: «Ognuno è figlio della propria epoca». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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