21 maggio 2019

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01.04.2019

VAMPIRI DUE SECOLI DI FASCINO

«Vampiro», celebre dipinto di Edvard Munch (1895)
«Vampiro», celebre dipinto di Edvard Munch (1895)

Il primo aprile 1819, sulla «New Monthly Magazine», a Londra, viene pubblicato il racconto «Il Vampiro». L’autore è John Polidori, figlio del segretario personale di Vittorio Alfieri. Ha 24 anni e farà una fine tragica: perseguitato dai debiti, morirà suicida due anni dopo ingerendo acido prussico. Nasce da lì, da quella rivista ancora molto politica e poco letteraria, il vampiro moderno, romantico, che da perfetto non-morto ha attraversato inossidabile questi due secoli esatti nei romanzi e nel cinema, dal Dracula di Bram Stoker (del 1897) ai libri di Piccoli brividi, dal Nosferatu di Murnau al ciclo di Twilight. Un fascino che non si spiega soltanto con la morbosa attrazione dell’orrore: il vampiro, condannato a non avere ombra e a non specchiarsi mai, rappresenta soprattutto il nostro doppio, la notte, i tabù sessuali evocati dalle carni morsicate e dal sangue succhiato nella totale sottomissione della vittima. Tra le decine di libri sull’argomento, viene continuamente aggiornato l’illuminante «Il vampiro e la melanconia», di Vito Teti, che Donzelli ha appena rieditato. Polidori aveva scritto il suo racconto tre anni prima, nella famosa notte del 15 giugno 1816 a villa Diodato, vicino a Ginevra, in cui vide la luce anche il «Frankenstein» di Mary Shelley. Era infatti uno dei partecipanti alla sfida letteraria su temi soprannaturali inventata per trascorrere il tempo durante una tempesta. Tra i presenti c’era Lord Byron, amico-nemico del giovane. E proprio al poeta inglese, all’inizio, il racconto fu erroneamente attribuito, perché sviluppato da un suo abbozzo. Non ci si sbagliava di tanto: Polidori si ispirò proprio a Byron, che lo aveva attratto in una fosca amicizia e poi abbandonato. Il suo vampiro, che si chiama Lord Ruthven, fa lo stesso con un giovane, di cui seduce e porta alla morte prima l’innamorata e poi la sorella. Con questo smil-dandy pallido e tenebroso, Polidori rovescia le caratteristiche dei vampiri, fino ad allora rubizzi e grossolani, decretandone il trionfo nell’immaginario. Il mito è molto più antico, nato non nella Transilvania di Dracula bensì in Grecia. Il termine deriverebbe dal turco «uber» (strega) e/o dai lituani «wempti» o «wampiti» (bere e mormorare, con riferimento al sangue). Nel Settecento la superstizione è così diffusa che Voltaire le dedica pagine ironiche, Papa Benedetto XIV deve intervenire per negarne l’esistenza e Maria Teresa d’Austra emana un «rescritto» in cui si dichiara unica competente a decidere sui casi sospetti. E all’inizio dell’800 nel Regno Unito vengono promulgate leggi per vietare violenze sui cadaveri, che sull’onda della psicosi venivano dissepolti, bruciati e straziati a decine per evitare che tornassero in vita. Dopo Polidori, oltre ovviamente a Stoker, di vampiri scrivono Keats, Baudelaire e decine di autori di romanzi, saggi e trattati. Li si riscopre presenti in Goethe, Schiller, Coleridge. L’Italia arriva tardi. C’è un feuilleton nel 1864, ma a sdoganarli sarà un racconto di Capuana, soltanto nel 1907: un marito morto torna a tormentare la vedova impedendole di unirsi al nuovo compagno e suggendo lo spirito del bambino nella culla. D’altronde, ad onta delle radici italiane della famiglia Polidori, il mito dei vampiri era quasi assente dalla nostra penisola. Tra le rare eccezioni proprio la tradizione d’area veneta: «anguane» e «salvanèi», a ben guardare, sono imparentati con loro e nella cultura cimbra di Luserna si ritrova l’unico corpus di racconti sui vampiri. Donne, in questo caso. •

Alessandro Comin
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