28 gennaio 2021

Cultura

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25.11.2020

Melina,una catarsi su tela fuori dal tempo

Il vero, il reale sono sfuggenti. Il corpo e i nostri sensi sono solo mendace contorno o confine, meta o orizzonte. La fisicità è apparenza, l’abitudine è superficie di esperienza. È accumulo dei vissuti il quotidiano, è «manifestazione archetipica della percezione delle masse umane educate a percepirlo così». Per comunicare con l’arte, oggi, serve agire negli infiniti ambiti della «percezione, della poetica, della simbologia spirituale» per aspirare a lambire «un mondo che trascenda la nostra realtà associativa e che ci porti in altre parallele, dove il linguaggio diventa armonia di forme e semantica dei segni». Non è più il tempo in cui il sentire sia assaporato dal gusto, sentito dall’udito, ma è ora di «sensi agiti per vie sottili dalla nostra anima più che dal nostro cervello». Lamberto Melina, artista veneto d’origine, vive e lavora a Sarezzo da decenni. Laureato in Filosofia, a seguito anche di studi approfonditi di Fisica, approda alla sua arte nel 2008, dopo 12 anni di silenzio. Arrivato nella nostra città a seguito del trasferimento da Milano incrocia la sua strada con quella di un mercante d’arte che lo deruberà delle sue tele. Nel buio di quelle stagioni spente dalla disillusione, cerca la sua strada attraverso lo studio, materia con cui ha costruito la sua intera esistenza. Ha sondato, sezionato i canali teoretici con cui dare forma alla sua arte. Trovandoli e codificandoli, in un distillato di sofferenza profonda e di speranza. Così nasce il suo nuovo corso, quello che porta le sue opere in gallerie di tutto il mondo: una linea immaginaria che unisce Taipei a New York, pervadendo l’intera Europa. L’ARTISTA, secondo Melina, è medium «tra gli infiniti mondi potenziali e paralleli di cui parlava 2000 anni or sono Platone e attualmente le più avanzate frange della fisica dei quanti». E anche il processo creativo è sospensione tra conscio e inconscio, tra veglia e sonno. Uno stato ipnagogico dal quale emerge un piccolo disegno che realizza con la mano sinistra, benché sia destrimano. E in quella bozza – che l’artista definisce «promessa» - è racchiusa tutta l’angoscia della creazione. È rappresentazione su carta del sentito di Melina, che vede l’arte come «pura sofferenza». Solo in quel momento, nello smarrimento generato dall’incapacità di produrre un’opera che rappresenti quel sentito primordiale, inizia il percorso di catarsi che culmina nel compimento della tela. Delle sue figure di donne iperrealiste, senza tempo, senza storia, senza contesto, circondate da un nero che è porta verso i mondi altri. I simbolismi storici ed esoterici, ma anche ninfe e dei, contribuiscono chi guarda a lasciare la riva del mondo terreno per incontrare consapevolezze più profonde, ancestrali. Il buio che è contenitore dei significati che il fruitore inserisce. Un luogo di comunicazione di coscienze, di cervelli primordiali, di inconscio collettivo. •

Fiorenza Bonetti
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