06 luglio 2020

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24.11.2019

Con Zehra Dogan l’arte espressiva diventa politica

Zehra Dogan impegnata nella propria performance a Santa Giulia
Zehra Dogan impegnata nella propria performance a Santa Giulia

Zehra Dogan ha squarciato il muro che separa la politica dall’arte, incontrando Brescia in un abbraccio di bellezza: questo il significato principe della performance di ieri pomeriggio al museo di Santa Giulia, dove è esposta la mostra della giornalista di origine curda incarcerata per tre anni in Turchia per la sua militanza femminista, politica e artistica. Un incontro potente, emozionante, in assoluto silenzio: la giovane artista era al centro di un cerchio composto dal pubblico, con le donne in prima fila e gli uomini un passo indietro per esplicita richiesta della stessa Dogan. Al centro i giornali che annunciavano l’omicidio di Hevrin Khalaf, segretaria generale del Partito del futuro siriano assassinata dalle milizie filo-turche nel nord-est della Siria cui era dedicata la performance. Dogan, inginocchiata sul tappeto di giornali, ha immerso le sue mani nei barattoli di vernice, principalmente di color rosso, per poi lasciare le sue impronte, i suoi tratti, il flusso delle sue emozioni sulla carta stampata, rimodellata così in un altro oggetto: un grande dipinto che da materiale annunciatore di morte è diventato un mezzo di ricordo e amore verso Khalaf e verso tutte le donne curde e non solo. Per questo Dogan ha concluso la sua performance baciando ciò che aveva creato. CIÒ CHE HA FATTO la differenza di questa edizione del Festival della Pace (che prosegue ancora una settimana) rispetto alle precedenti è l’opportunità di conoscenza diretta della questione curda e della stessa Dogan: l’artista ha già lasciato Brescia, ma le sue opere restano a Santa Giulia fino al 6 gennaio (con ingresso gratuito fino al 30 novembre); una mostra imperdibile e per tanti aspetti unica. Perché è arte nata per trasmettere messaggi politici: Dogan è giunta all’espressione pittorica dopo l’utilizzo della parola e la partecipazione diretta, entrambe libertà a lei negate dalla repressione del governo turco. Quando non ha più potuto usare la penna per sostenere le istanze delle donne curde e del suo popolo, ha utilizzato quello che trovava, disegnando. E lo ha fatto con la penna ma soprattutto con ciò che recuperava in carcere: buccia di melagrana, succo di rucola, cenere di sigaretta sangue mestruale, tè, caffè… le didascalie dei 60 disegni lo riportano, lasciando a bocca aperta chi guarda, per questo motivo ma anche per la bellezza delle opere stesse. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Irene Panighetti
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