24 maggio 2019

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21.02.2019

KIYOHARA NUOVI TESORI

Il presidente Alberto Facchetti e il direttore Paolo Linetti Dal grande archivio del museo spuntano gli scatti di Eva Dea Mazzocchi che servono a ritrovare il quadro
Il presidente Alberto Facchetti e il direttore Paolo Linetti Dal grande archivio del museo spuntano gli scatti di Eva Dea Mazzocchi che servono a ritrovare il quadro

Su un filo teso tra Italia e Giappone cammina O’Tama Kiyohara, pittrice di Tokyo vissuta a Palermo. Attiva tra Ottocento e Novecento, si riaffaccia sulla nostra epoca grazie a un quadro scoperto al museo d’arte orientale di Coccaglio, proprietà della Fondazione Mazzocchi. Un grappolo di lucenti fichi d’India sboccia da due carnose foglie verdi, appoggiate su un tavolo fortemente scorciato. In basso a sinistra, in ideogrammi, una dedica: «alla pittrice Eva Dea Mazzocchi». Il ritrovamento segue quello, annunciato ad agosto, di un quadro con rami di cachi, con la stessa dedica. L’attribuzione dei dipinti a O’Tama è stata possibile grazie a una ricerca quasi picaresca: «Il nostro archivio conta più di tremila foto - racconta il presidente della fondazione Mazzocchi Alberto Facchetti - eppure in questo mare viene a galla un cofanetto: quindici scatti di Eva Dea Mazzocchi, a Palermo in compagnia di una donna dai tratti orientali: O’Tama». Nella città siciliana l’artista si era trasferita a ventun’anni, un po’ per caso e un po’ per desiderio. A Yokohama aveva incontrato lo scultore Vincenzo Ragusa, che insegnava arte europea. Quando O’Tama, pittrice 17enne, lo conobbe, fu disorientata dalla fedeltà con cui ritraeva le figure umane, così diversa dai tratti stilizzati cui era abituata. Ragusa fece riempire il suo giardino di anatre e piante, perché potesse esercitarsi nel disegno dal vivo: un gesto che la conquistò. NEL 1882 partì con lui per Palermo e pochi anni dopo lo sposò. Per anni lavorò come pittrice e illustratrice finché, alla morte del marito nel 1933, fu spinta dalla famiglia d’origine a tornare a Tokyo. Che cosa lega questa vicenda a Coccaglio? Pompeo Mazzocchi, allevatore di bachi da seta, viaggiava spesso in Giappone e ne tornava con preziosi manufatti. Nel giardino del museo fece piantare un caco, albero giapponese allora sconosciuto in Italia. A Yokohama conobbe Ragusa prima che questi si innamorasse di O’Tama, ma fu Eva Dea Mazzocchi, moglie del figlio Cesare, a intrecciare con la pittrice un rapporto di amicizia e reciproca stima. PAOLO Linetti, direttore del museo, ha indagato i rapporti tra i Mazzocchi e i Ragusa. Difficile dire con precisione come Eva Dea conobbe la Kiyohara. Certo è che furono insieme a Palermo: una foto le mostra in atelier, con alcuni dipinti alle spalle. Due di questi sono proprio la natura morta con cachi e quella con fichi d’India. «Era tipico di O’Tama ritrarre soggetti nipponici in stile italiano - spiega Linetti -. I fichi d’India, invece, appartengono al paesaggio palermitano: sottolineano il legame con il paese d’adozione». Difficile descrivere l’emozione del ricercatore nel riconoscere, nelle tele rinvenute alla Fondazione, i quadri della fotografia. Forse fu la stessa di Eva Dea, quando nel quadro di O’Tama rivide quel caco piantato nel giardino. •

Anna Castoldi
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