21 ottobre 2019

Cultura

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30.04.2019

Le foto di Cinzia Battagliola L’irrazionale-introspettivo

La mostra di Cinzia Battagliola (1961) si intitola «Evanescenze»La mostra è curata da Donata Pizzi e Mario Trevisan
La mostra di Cinzia Battagliola (1961) si intitola «Evanescenze»La mostra è curata da Donata Pizzi e Mario Trevisan

Candito e orgiastico. Il tocco di Cinzia Battagliola sfuma come la patina d’ossido su metallo caldo. Rame, ottone, una calla da bere o serrare tra le cosce. «Fiore che serba la purezza estranea al corpo: un simbolo». «EVANESCENZE» la portano ovunque, anche sul palco del Brescia Photo Festival, cui la polaroidiana autrice arriva assieme a Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry, Carolee Schneemann e tutte le «Donne» dell’«Autoritratto al femminile» (inaugurazione il 2 maggio al Museo di Santa Giulia). «Conosco bene Carla Iacono e Silvia Gaffurini - rivela Battagliola -. Stimo i tagli particolari, le parti meno scontate-studiate, il mettersi in gioco. Guardarsi dentro per esternare l’io è un peculiarità di genere, per natura e per cultura, ma non significa che sia cosa facile». Curata da Donata Pizzi e Mario Trevisan, questa porzione di veduta sul muliebre, entro la setosa rassegna bresciana artisticamente diretta da Renato Corsini, è tutto ciò che il selfie non dice. «Poiché il selfie incarna la rappresentazione momentanea della realtà. L’autoritratto possiede la motivazione, profonda, di esibire l’invisibile; per me, quel che il fisico sa dire, e m’affascina. Un lavoro istintivo, esigente, depositato - su memorie di carne, segni della diversità, l’irrazionale-introspettivo». Battagliola (Brescia, 1 giugno 1961) sperimenta il sé dal 2008 con una piccola macchina per istantanee, quella col sapore giocoforza vintage. Sospetti d’evasione, acquaragia versata sui contorni, il presentimento di trovarsi fuori dal tempo, in posizione privilegiatamente semicosciente - laddove essere seminudi equivale a tornare semidei. «Ho eluso le capacità tecniche - spiega l’autrice - per affidarmi alla casualità di un mezzo semplice e incontrollabile. L’imperfezione estetica della Polaroid è anche l’estetica che mi somiglia: offuscamenti, in-definiti, unicità». DALL’AUTODIDATTISMO ai workshop (oggi fa parte dell’associazione 2punto8), la fotografa ha pubblicato un suo libro d’immagini, «Sul filo dei sogni», ed è stata pescata per libri altri: «Il corpo solitario» di Giorgio Bonomi, diverse copertine poetiche firmate Didier Trimoulet. «Evanescenze» è un progetto vasto; qui, tra cinque stampe verdognole dal taglio quasi quadro, il formato di piccoli poster macchiati bianco-confetto, la si vede nel tampone selezionato. Senza volto, come sempre. Négligé nero, mani arrese. «L’evanescenza è una parola-porta, aperta a spazi altri» svela la fotografa. «È quasi un fumo che sale e si muove, lasciando un senso poetico della figura umana, di ciò che sta nel suo interno». •

Alessandra Tonizzo
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