08 dicembre 2019

Cultura

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29.11.2019

OCCHI DA PITTORE IN CERCA DI VERITÀ

La natura e il territorio hanno sempre affascinato Franco Bettini nella sua ricerca fotograficaUna delle foto di Bettini Franco Bettini con la sua macchina fotografica
La natura e il territorio hanno sempre affascinato Franco Bettini nella sua ricerca fotograficaUna delle foto di Bettini Franco Bettini con la sua macchina fotografica

Franco Bettini, medico condotto di Provaglio d’Iseo, era abituato a indagare. Lo faceva come medico e lo faceva come fotografo. Applicando una massima di Cartier Bresson, uno dei più celebri fotografi della storia e cofondatore dell’agenzia Magnum: c’è una bella differenza tra guardare e vedere, la differenza nello scatto della macchina sta tutta qui. E si potrebbe aggiungere - a corredo della mostra antologica che chiude domenica, voluta dalla Fondazione Dolci e dedicata appunto a Franco Bettini - che le fotografie si leggono, non si guardano soltanto. Bettini ha legato la sua vita professionale, come medico appunto, e quella dell’appassionato, il fotografo, proprio al nostro territorio, lui che era mantovano di nascita e di famiglia. Ed era giusto che la nostra città gli rendesse omaggio con una antologica tale da penetrare con rigore ma anche con leggerezza in quella verità che Bettini cercava quando accostava l’occhio al mirino delle sue macchine fotografiche. IN UNO SCRITTO del 1983 Franco Bettini diceva che «la fotografia diventa arte quando la fotocamera viene usata come il pennello per un pittore». Antico e mai sopito dibattito sul fatto che la fotografia possa essere accomunata alla pittura più che al cinema, per esempio. Dibattito, come si diceva, mai concluso e mai risolto e sul quale sono intervenuti un po’ tutti fin dai tempi di Nadar. Basterebbe ricordare quel che pensava Baudelaire della fotografia - che rifuggeva, anche se alla fine si fece pure fotografare. Bettini l’arte la cercava e la costruiva nelle sue inquadrature anche perché non era fotografo di strada, di momenti e situazioni rubate facendo scattare l’otturatore. Era forse più pittore che fotografo: la macchina la usava veramente come un pennello e non a caso era la natura nel suo continuo mutare il soggetto preferito, quello che indagava e studiava. E questa mutevole natura la studiava con occhio anche scientifico, trasferendo nell’immagine la sua esperienza (appunto) di medico che indaga i fenomeni e dunque anche i cambiamenti del corpo umano. Foto studiate e pensate nella ricerca, come è stato scritto, di quella luce che sola può cogliere appieno l’essenza o se vogliamo l’anima delle cose che abbiamo davanti e che guardiamo, anzi che dobbiamo vedere per coglierne la vera essenza. I SUOI PAESAGGI, le sue nature morte che tanto ricordano Giorgio Morandi, ma anche le composizioni astratte (qui si vede e si comprende la grande passione di Bettini per la pittura) sono altrettante pennellate sul mondo che lo circonda e che ci circonda e del quale spesso non siamo in grado di cogliere l’esatta natura, quella luce che Bettini cercava. «Io sono solo suo figlio, ma sono emozionato come se queste foto parlassero al posto mio - sorride commosso Alessandro Bettini, ripassando l’arte del padre -. Non lo dico spassionatamente, ma appassionatamente: per il volume sono state stampate 2000 copie e sono quasi esaurite, servirà una ristampa. La mostra ha avuto grandi riscontri, Renato Corsini riproporrà la parte in bianco e nero al Macof in settembre. Qui c’è un intero percorso di vita: qualcosa di più appassionante di un semplice insieme di fotografie belle». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Riccardo Bormioli
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