30 settembre 2020

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31.05.2020

«PADANIA BLUES» OLTRE OGNI CLICHÉ

Nadia Busato, per la rete Nadiolinda, ha ultimato il suo nuovo romanzo: uscita prevista il 4 giugnoLa pubblicazione di «Padania blues» arriva dopo  «Non sarò mai la brava moglie di nessuno»
Nadia Busato, per la rete Nadiolinda, ha ultimato il suo nuovo romanzo: uscita prevista il 4 giugnoLa pubblicazione di «Padania blues» arriva dopo «Non sarò mai la brava moglie di nessuno»

Un'Aserejé - ballata col velluto di Muddy Waters e cantata sotto freak artigiano, alla Pappalardo. «Padania blues» (Sem Edizioni) è il chansonnier casinista di Nadia Busato. Arriva dopo successi e staffette diverse (da «Se non ti piace dillo» a «Non sarò mai la brava moglie di nessuno»), arriva sudato-e-un-po'-scocciato come la voce sparata fuori dall'altoparlante adriatico, che reclama i bimbi perduti ai genitori spiaggiati. «QUESTO LIBRO è la mia personale dichiarazione di guerra al decoro, al produttivismo padano, al modello sociale sovranista che racconta il Nord Italia come il posto migliore in cui vivere, produrre, crepare. Una bugia che tiene in gabbia soprattutto le donne, di ogni età». Lo dice senza disfemie e lo scrive senza bianchettature l'autrice bresciana, classe '79, per la rete Nadiolinda. D'altronde è tutto vero, è cronaca (cui tingere soltanto la ricrescita) «la storia esplosiva degli ex amanti parrucchieri e della shampista aspirante velina» suonata da queste 300 pagine. «Padania blues» sembra una soap opera - che scoppia nel voler svelar la trama - ma non è saponificabile. Altamente otturante, oltremodo tossica, la vicenda di Barbie (Vittoria il nome reale) di rosa ha solo copertina e sogni indotti, infranti dai numerosi Ken from Ogno: «Trappola di pianura piena di nebbia e di smog, ficcata proprio lì, esattamente nel cuore della Macroregione». La voce narrante guida la trance verso una mimesi lirica ai soggetti, varcata la cui soglia ci si spreca imprecando il non ritorno. Forse il perno del plot sono un paio di seni nuovi, forse il silicone tiene insieme le esistenze della manciata d'individui che Busato spella. Per certo, attorno ai fatti - d'una tristezza abituale: contraffazioni, corna, colposità -, la scrittrice aleggia le sembianze del Mostro più grande, quasi del «perché» primigenio allo sfascio d'ogni prospettiva, all'impeto dell'ignoranza. SI LEGGONO lo status della nostrana «necroregione», dove «la vita è frenetica, ma non viva, dove non esistono evoluzione né rivoluzione», e lo statuto dei suoi paesotti («Siamo in pochi, qui. Ci si annusa tutti l’orlo delle brache, come i cani. E se passi per cagna, poi sono tutti autorizzati a pisciarti addosso se gli va»). L'economia, fattasi cœur fondant del Sistema indigeno, ha marchiato a fuoco il capitale-a-tutti-i-costi sia sui dorsi degli imprenditori «illuminati» sia sui palmi dei fattoni di provincia: mani che non lo sanno ma si somigliano, quando all'ombra ricevono ugual dose narcotica e arraffano giovane natica. Il pusher supremo ha mille volti, ognuno famigliare quanto quello di madri e padri coi loro insegnamenti (s)biechi sul successo - machista, soldista - mandati giù insieme alla particola domenicale. In «Padania blues» Busato smaschera e scherza i cliché che diventano zavorre di genere (femminile). Fatalmente sentenzia: «Non ci sono paradisi per le ragazze che vogliono bastarsi da sole, che credono in se stesse più di quanto non credano nella fortuna, nell’amore, nell’obbedienza, negli uomini». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Alessandra Tonizzo
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