28 maggio 2020

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29.03.2020

PER I «COVIDIOT» LA CURA È L’IRONIA

Un dettaglio del libro pubblicato con la bresciana Cavinato: sosterrà la Croce Rossa ItalianaFabrizio «Kolbe» Gregori, artista classe 1972
Un dettaglio del libro pubblicato con la bresciana Cavinato: sosterrà la Croce Rossa ItalianaFabrizio «Kolbe» Gregori, artista classe 1972

Alessandra Tonizzo C'è chi corre all'armeria per far scorta di revolver - «Covidiot!». Chi si bacia in piazza per «puffare» le restrizioni - «Covidiot!». Chi diffonde fake con la scioglievolezza d'una cacio&pepe - «Covidiot!». Ogni nazione ha il suo germe, ma nella lotta comune a «questo» virus l'America è un passo avanti: lode al neologismo esclamativo da dizionario kultural-pop. Kolbe pare sì un losangelino (un po' il Drugo dei Coen brothers?) eppure abita il tricolore, a Foresto Sparso, in quella Bergamo che oggi non smette di piangere. Il suo «Killer Covid-19» è un ebook e segue la quarantena su tutte le piattaforme del mercato librario online, dalle quali può ben essere liberato: la bresciana Cavinato Edizioni devolverà il 10% dei proventi alla Croce Rossa Italiana. «Il Coronavirus ha già prodotto, e continuerà a farlo, un'infinità di malati e mietuto molte (troppe) vite - dice l'autore, musicista aforismatico prestato felicemente alla pamphlettistica -. Parallelamente c'è stato uno squallido svolazzo d'improvvidi complottisti: teorie di ogni tipo e genere, tutte senza capo né coda, sgangherate macchinazioni per descrivere quella che è semplicemente, drammaticamente, un'immane sciagura prima sanitaria poi economica. Io ho provato a sdrammatizzare, infilandomi nella mente di un paranoico e sollazzandomi nel farne parodia». UN BREVE monologo con sdoppiamenti plurimi di personalità aspetta il lettore. E poi. Soliloqui via Skype coi potenti della Terra, pacche virtuali tra spalle blasonate, spionaggi colossali entro saliscendi di deliquio. Tutto a fin di bene, in senso stretto, mentre turbinano tombole di dati (critici) che vorrebbero comporre un puzzle finalizzato ad esclamare «bingo!» nell'atto conclusivo. Per mezzo d'uno stile informalissimo, sgombro della surclassata arte del capoverso, Kolbe schidiona «la grandezza degli italiani» a precise caratterizzazioni, principiando con le loro (le nostre) tenere piccolezze. Anzitutto, il sospetto, nipotastro di furbizia e scaltreria, che avvantaggia la dabbenaggine invece dell'acume. «Ora, vogliamo credere che un coronavirus qualsiasi riesca davvero a sorprendere e di conseguenza paralizzare il mondo intero o quasi? Vi siete già scordati che la scienza nella storia si è messa al servizio anche di poteri non proprio animati da filantropia? Davvero non vi viene nemmeno il minimo dubbio che ci abbiano mentito?». A SEGUIRE, la macchiettistica genomica, quella che lega indissolubilmente l'italiano al suo habitat para-naturale. «I bar, nel Bel Paese, sono micro società. Attraverso il gioco delle carte imparano la strategia, l'importanza della sconfitta, il valore della vittoria. Il bar è un osservatorio permanente di umanità varia. Ti fa capire cosa non vuoi essere, quindi, per esclusione, ti fa diventare ciò che sei». Gronda orgoglio, il libello; mentre si trema - con piccolo sorriso, nel caos grande. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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