21 luglio 2019

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11.06.2019

IL PARTY DELLA LOTTA DI CLASSE

Il libro edito dalla Neri Pozza
Il libro edito dalla Neri Pozza

È un romanzo sul sistema classista inglese, ma anche sul potere del denaro e su un’amicizia cameratesca vincolata ad un pesante segreto, che qui non sveliamo. Col passo della cronaca e lo sguardo glamour da canapè, Elizabeth Day nel 2017 ha sfornato il suo quarto romanzo, pubblicato dalla Neri Pozza e tradotto da Serena Prina, col titolo «Il party», 350 pagine. La Day, 41 anni, astro del giornalismo e della letteratura contemporanea d’oltremanica, è in questi giorni in Italia per la presentazione di un lavoro impegnativo ed intrigante, dal triplo registro narrativo: uno sguardo disincantato su una Gran Bretagna old style, alle soglie del ripiegamento su se stessa. Miss Day, l’ispirazione sembra in presa diretta, come se lei fosse dentro il party. O contano anche le notizie da quotidiani e tv? Entrambe le cose. Ma devo dire che all’inizio avevo scritto un testo davvero deprimente, ambientato nell’Irlanda del Nord degli anni Novanta. Non funzionava, volevo liberarmene e passare ad un registro divertente. Volevo scrivere di ricchi, nel romanzo precedente c’era un miliardario di charme e mi sono inventata un party cui effettivamente avevo partecipato, nella campagna inglese, con politici, il primo ministro, supermodelle, pop star. Uno scenario antropologicamente interessante. Sì, era chiaro come il vecchio sistema strutturato delle classi inglesi - gli aristocratici e i ricchi e le classi meno abbienti - si fosse evoluto in un sistema misto in cui chi è ricco ama mescolarsi con chi ha fama e successo, dai politici ai divi. A suscitare il mio interesse era la tensione si crea tra questi gruppi che si confrontano con nuovi outsider che non appartengono a queste classi. Lo sfondo sono gli anni di David Cameron (primo ministro, leader dei conservatori 2010-2016, parentele con la casa reale, studi tra Eton e Oxford, ndr) in cui ancora contano il luogo dove nasci, le amicizie che hai, le scuole private o pubbliche che frequenti. I due ragazzi che in collegio diventano amici hanno lo sguardo dell’autrice? Il ricco Ben è lei quando frequenta i salotti? Martin è lei vissuta in Irlanda del Nord? Io sono ovviamente più Martin che Ben. Ben è sociopatico e io non lo sono, Ben ha un pedigree e invece io come Martin sono un outsider che a 13 anni vince una borsa di studio per una scuola di rango. Ma è vero che per mestiere conosco bene il mondo in cui Ben si muove, e che in un mondo diverso sono divenuta brava osservatrice. Come Martin posso avere il punto di vista di voler far parte di un gruppo di persone senza riuscirci mai, ma con la capacitò di raccontarlo. Si può definire un gustoso romanzo sull’ipocrisia? Se così fosse sarei onorata. E’ una doppia ipocrisia: quella di Martin verso la mancata conoscenza di se stesso e quella di Ben e tutti quelli come lui che si sentono in diritto di fare quello che vogliono senza sentire mai chi ritengono inferiore. Svelo un aneddoto personale a questo proposito, accaduto poco prima che il romanzo prendesse la forma che oggi: ero a cena con un educatore consulente del governo Cameron, che aveva appena licenziato un programma di accesso ad università costose anche per le famiglie meno abbienti. La stampa si era scandalizzata e così parte dell’opinione pubblica e questo consulente mi disse che non lo avevano capito, erano stati sorpresi: questa è la riprova di quanto la politica e certi ceti siano lontani dai problemi della gente, vivano in una bolla rispetto a ciò che accade intorno. Torno ai due protagonisti: Martin e Ben incarnano il bene e il male, il talento e l’incapacità, la conoscenza e l’ignoranza, insomma il contrasto? In modo diretto no, in modo sfumato sì, in tutto il libro. C’è un contrasto certo perchè Martin non andando fino in fondo con se stesso vive in una condizione di disagio, Ben è cresciuto con la scuola dell’essere a proprio agio dovunque e comunque, pagando alcuni prezzi. Ci sono due modelli di conoscenza di sé e del mondo. Poteva essere ambientato in una società non inglese questo romanzo? Non avrei potuto scrivere di società che non conosco altrettanto bene, anche se ho passato ultimamente molto tempo negli Stati Uniti dove la gerarchia è più piatta, meno verticale e si arriva facilmente a chi gestisce un potere - sia il capo della polizia sia il governatore di turno - perchè lì il sogno americano esclude il classismo e prevede che chiunque possa farcela indipendentemente dalle condizioni di partenza. Noi inglesi, e lo racconto, siamo invece ossessionati dal concetto di classe e ancora oggi giudichiamo una persona dal primo incontro, non tanto da cosa dice, ma da come lo dice, da cosa indossa, da come si muove nel mondo. Il party oltre che una festa è ovviamente una metafora. Lo scenario è importante? Il luogo è un ex monastero che viene rinnovato da Ben e dalla moglie Serena per diventare castello: per me questo rappresenta l’arroganza, il fatto che ai ricchi sia tutto dovuto, anche sbattere fuori i monaci e far camminare gli invitati sulle tombe. E’ una colpa calpestare il passato che invece è sempre presente intorno a loro. E quella stessa campagna pittoresca dell’Oxfordshire mi è stata ispirata dagli incontri che Cameron aveva con i giornalisti nel fine settimana in un clima informale, dove succedevano un sacco di cose, c’era un grande scambio di informazioni. Ecco Martin e Lucy non sono alloggiati alla Prioria dei vip, ma in albergo: quando prendono il taxi per andare al party, escono dal mondo normale ed entrano nella bolla dorata. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Nicoletta Martelletto
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