20 settembre 2019

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28.07.2019

«La Banda suona tutta la passione per la musica»

Sergio Negretti: bresciano, classe 1956, dal 2000 dirige la Banda Cittadina di Brescia - associazione filarmonica «Isidoro Capitanio»
Sergio Negretti: bresciano, classe 1956, dal 2000 dirige la Banda Cittadina di Brescia - associazione filarmonica «Isidoro Capitanio»

L’orchestra se la porta anche in vacanza. Cinque nipoti: «Pietro, Giulia, Carlo, Achille e Ludovica che sono gemelli». Tre dalla prima figlia Silvia, due dalla secondogenita Valeria. Tutti insieme, con nonna Orietta, in montagna a Pinzolo. E nonno Sergio a dirigere la Banda anche lì, come sempre. È una vita da guida, quella di Sergio Negretti. Che ha insegnato musica per una vita nelle scuole e nel 2020 festeggerà i vent’anni di direzione della Banda Cittadina. L’Isidoro Capitanio che i bresciani conoscono e amano. «Nella Banda io suono da sempre - sorride -. Ed ero un bambino, quando ho cominciato a darmi da fare con gli strumenti». Come ha imparato a suonare? A 11 anni mi sono dedicato al tamburo. Poi al trombone. Poi al pianoforte, ai flauti dolci. Li suono discretamente. Li ho usati anche come insegnante alle medie. A scuola il flauto è un must. Sì, ma c’è modo e modo. Io ci tengo, è uno strumento che amo. Abbiamo partecipato come classe a concorsi strumentali, di tecnica, e ne abbiamo vinto uno a Verona. Primo premio assoluto con un’orchestra di flauti dolci impegnata in un brano di Meltzer, molto difficile. Quale strumento preferisce? Ho suonato di tutto, anche la mandola. Strimpello il pianoforte. Ma mi sono diplomato in trombone. Lo strumento che conosco meglio, anche se mi piacciono tutti. One man orchestra. Ma diciamo di sì. Non solo Brescia nel suo curriculum, visto che è stato orchestrale al Teatro Regio di Torino e in allestimenti operistici del Teatro Comunale di Firenze. Ma nella Banda ha svolto diversi ruoli. Sì. Il diploma nel 1979, quarant’anni fa, al Conservatorio Pollini di Padova, dopo il corso di didattica e di pedagogia della musica tenuto da Anna Lorandi al Conservatorio di Brescia. Nella mia città ho suonato a lungo il trombone nell’associazione Isidoro Capitanio. Ho fatto tanta esperienza con la Banda Cittadina di Brescia, ma anche come trombonista e percussionista al Teatro Grande e al Ponchielli di Cremona, al Donizetti di Bergamo e al Comunale di Mantova. Della Banda sono diventato vice direttore di Arturo Andreoli, il successore di Giovanni Ligasacchi, alla fine degli anni ’80. Vice direttore nel 1989. Primo direttore dal 2000. Un orgoglio e un impegno. Onore e onere. Su mia iniziativa, per stemperarlo un po’, visto che noi non siamo come le bande ordinarie che normalmente hanno poche occasioni per esibirsi, collaboriamo con tanti enti e partecipiamo a tanti eventi, mi è sembrato opportuno nominare un altro direttore. Cosa l’ha convinta a puntare su Giuliano Mariotti? È una persona molto competente, compone musica specifica per banda. Ha pubblicato per diverse case europee. Decisi subito di proporlo come vice direttore: un’esperienza molto positiva, andiamo molto d’accordo. Io bado soprattutto a una trascrizione di qualità, lui è più attento all’aspetto della composizione originale. Dal 2010 dirigiamo insieme la Banda Cittadina. L’alternanza per lei è? Sicuramente una ricchezza. I musicisti si abituano a due modalità di concertazione differenti. Spesso invitiamo qualche ospite, mostriamo attenzione per il territorio. Abbiamo coinvolto compositori del calibro di Mauro Montalbetti, Rossano Pinelli, Antonio Giacometti. Giancarlo Facchinetti aveva scritto cose importanti per noi. Il tributo che gli abbiamo reso come Banda è stato apprezzato dalla sua famiglia e questo, per noi che facciamo musica nel solco che ha tracciato lui, è il riconoscimento più importante. Da settembre sarà in pensione. Sensazione? Credo sia giunto il momento, anche se so che insegnare mi mancherà. Ho insegnato trombone ed educazione musicale al Centro Ligasacchi, alla Scuola popolare di musica della Banda cittadina e dell’Orchestra di mandolini e chitarre Città di Brescia di cui ho assunto il ruolo di coordinatore, ma è dal 1984 in particolare che frequento le aule scolastiche delle medie. Alla Virgilio, nella zona di Mompiano, ho attivato il corso a indirizzo musicale insegnando teoria e solfeggio. Mi sono sempre impegnato in favore della musica d’insieme, perché fra le classi si formassero orchestre di flauti dolci, orchestre Orff e gruppi corali secondo il metodo di Roberto Goitre. Ho insegnato ad Agnosine come in città alla Carducci, dove ho attivato un altro corso a indirizzo musicale. Ci sono andato su richiesta di Luigi Fertonani. La firma storica della classica su «Bresciaoggi». Siamo amici da sempre, mi ha chiesto di prendere la sua cattedra. E mi sono trovato benissimo. Adesso, dopo 41 anni di insegnamento, a quasi 64 anni mi fermo e passo la palla ad altri. Ha insegnato in tante scuole, vinto premi con i suoi studenti, suonato in tanti teatri, diretto anche le bande di Calcinato, Agnosine e Odolo. Cosa si sente: più un insegnante, un musicista o un direttore? Se ripenso alla mia vita, penso alla Banda. Ho iniziato presto. Sono un talento medio, ma ho sviluppato una passione e realizzato un progetto di vita. Gli inizi a 10 anni, l’incontro con Ligasacchi che ha voluto creare un centro giovanile musicale tuttora esistente: tappe fondamentali. Sarò sempre grato a Ligasacchi anche perché il suo metodo era sperimentare con qualsiasi strumento. Il polistrumentismo che è più in voga all’estero, purtroppo: una visione più completa. Un ricordo, un flash che per lei racchiude il senso della musica? Da bambino, sfilavamo suonando la Leggenda del Piave per le vie, io al tamburo napoleonico: non dimentico i volti degli anziani rigati dalle lacrime. Quella commozione mi è rimasta dentro. Brescia madre di talenti? Sicuramente. Penso a un compositore come Claudio Mandonico, la versatilità fatta a uomo. Fondammo un gruppo di musica antica e imparò al volo il cornetto, lui autodidatta capace a prima vista di accompagnare al piano qualsiasi strumento. Penso anche a Paolo Bottini, a Ugo Orlandi. E a Brescia si può sperimentare con la musica, studiare sodo. Io sono passato attraverso lo studio di ottoni, tromba e trombone, ho usato strumenti rinascimentali come i cornetti. La Banda è nel mio cuore. Uno strumentista un giorno mi ha detto: «Hai scalato la gerarchia, da secondo tamburo a primo direttore». Ma io neanche ricordavo che nel 2020 sarà il ventennale. Non amo le autocelebrazioni, anche se è una bella meta. Conoscere le Banda, Facciamo la Banda: i progetti in questi anni non sono mancati? L’iniziativa partita in sede è arrivata nelle scuole perché gli iscritti erano troppi. Quindi è nata la collaborazione con il sovrintendente del Grande, Umberto Angelini. La fortuna a Brescia è di poter interagire, in generale, con musicisti che abbinano la serietà alle qualità: penso a Orizio, Motterle, Marengoni, Tomasoni, Laffranchini, Perini... Qui c’è un potenziale altissimo. Sarebbe bello riuscire a creare un tavolo intorno al quale far sedere personalità di spicco che possano concordare un programma, stagioni condivise. Cosa ascolta? Di tutto. non ho preconcetti. Vivaldi ha scritto capolavori assoluti come musiche anonime. Nel pop amo i Beatles. Poi Rolling Stones, Pink Floyd, Led Zeppelin. Guccini, De André e la scuola genovese. Sono audiofilo. E pensare che nella mia famiglia sono stato il primo musicista. Da piccolo mi mettevano sul tavolo nei licenzini e cantavo Modugno e Celentano: cantavo nel coro della Pace, crescendo mi è rimasta una voce che un maestro definì «da tenorino». La verità è che non ricordo un solo momento della mia esistenza senza musica. Mì colpì quando da Vigasio, sotto i portici, in una cabina ascoltai l’Adagio di Albinoni Giazotto. Acquistai quel falso storico. Ma la musica... La musica mi era entrata nelle vene. E lì è rimasta.

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